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TESTIMONIANZE




ETTORE DAIDONE e FRANCO AUCI

Il 17 dicembre 2016 il Centro Sportivo Italiano (Comitato provinciale di Trapani) ha conferito il Discobolo d'oro alla memoria di Ettore Daidone, "presidentissimo" del CSI trapanese. Ettore e Franco, uniti da un percorso comune: lo sport. Riportiamo un pensiero di Ina Auci pubblicato nel volume Ettore Daidone. L' uomo al servizio dei giovani e dello sport, ringraziando l'amico Rosario Muro.

ANCHE FACEBOOK PARLA DI FRANCO !

Ci piace ricordare la testimonianza di Marcello Ferrante, tifoso granata, che in questi giorni circola su facebook insieme ad altri commenti (visibili a tutti) che ricordano il nostro Ciccio in alcuni episodi del passato.
Marcello Ferrante: noi non dimentichiamo Franco Auci.
"In un periodo di crisi del nostro Trapani lo vedo ai botteghini della gradinata e chiedo: sig. AUCI ma lei paga? Risposta... Si Marcellino... Il TRAPANI HA BISOGNO"...


Grazie a tutti dalla famiglia !

UNA POESIA PER FRANCO

Nel giornalino "VOCE GRANATA" del 16-04-2016, curato dal giornalista Enzo Biondo, leggiamo, in forma riveduta, una poesia di Francesco La Commare per ricordare il giornalista Franco Auci e tutti gli amici che non sono più tra noi.
Francesco La Commare, nato a Trapani nel 1942, vive a Como ed è stato portiere dell'Entello Erice dal '65 al '71 (in quel periodo ai massimi livelli del calcio dilettantistico isolano). Ha pubblicato diverse poesie e ottenuto vari riconoscimenti.
Leggi anche il libro di Franco Auci "Entello tra mito e storia" nella pagina dei libri.
Un grazie di cuore a Franco La Commare.


UNA LETTERA DI PADRE AGOSTINO PAPPALARDO DA NAPOLI, AI TEMPI DEL COLERA...

Padre Agostino Pappalardo, sacerdote dei Servi di Maria vissuto per anni a Trapani, nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, scrive all'amico Franco una lettera da Napoli, accennando fra l'altro all'epidemia di colera che nella tarda estate del 1973 sconvolse la città partenopea.
A Padre Agostino, nato nel 1911 e morto nel 1975, erano stati affidati i ragazzi della Servitus Mariana di Trapani, finché il sacerdote non lasciò la città siciliana nei primi anni '60: foto e notizie potete attingere nel libro che Auci dedicò alla chiesa del Cuore di Gesù (alle pagine 43, 59, 61 e 62), incluso un testo dal bel titolo, "Bisbiglio di nidiata", firmato dallo stesso Padre Agostino, a pagina 60.

UNA LETTERA DI PADRE AGOSTINO DA NAPOLI, AI TEMPI DEL COLERA...

13 settembre 1973

FRANCO AUCI, IL CANTORE DEL CENTRO SPORTIVO di Enzo Biondo

Da "Una storia oltre lo sport" a cura di Enzo Biondo, 70° anniversario 1945-2015 del CSI - Comitato Provinciale di Trapani -

FRANCO AUCI, IL CANTORE DEL CENTRO SPORTIVO di Enzo Biondo

Da "Una storia oltre lo sport" ...

FRANCO AUCI, IL CANTORE DEL CENTRO SPORTIVO di Enzo Biondo.

Da "Una storia oltre lo sport" 
70° Anniversario 1945/2015 del CSI - Comitato Provinciale di Trapani - 
 

VI MEMORIAL FRANCO AUCI

Un pensiero della sorella di Ciccio in occasione del VI Memorial Franco Auci, 27 marzo 2015.

UNA CARA LETTERA...

Una lettera custodita caramente, inviata a Franco nel 2003 da P. Carlo Ramondetta, missionario in Thailandia, già presente al Cuore di Gesù.
Guarda la foto a pag.82 del libro: LA VECCHIA CHIESA DEL S. CUORE DI GESÙ.

DON FLAVIO...

Qualche tempo fa trovai una busta ingiallita proveniente dal Collegio Missionario "A. Rosmini" di Roma e indirizzata a Franco Auci: il mittente era don Flavio, la data 29 febbraio. Nient’altro. Dopo alcune telefonate a vuoto, decisi di farne una alla chiesa di San Giuseppe di Casa Santa (Erice), sperando di ritrovare qualche informazione nell’archivio della parrocchia. Era il momento buono, perché Franco e don Flavio mi stavano mettendo in contatto con la persona giusta: don Pedro Gomez (che ringrazio di cuore per l’aiuto), spagnolo, in servizio presso la comunità religiosa di San Giuseppe, mi raccontò di aver conosciuto don Flavio, vissuto a Trapani dalla seconda metà degli anni sessanta, ed anzi di essere stato con lui fino a poco tempo prima che morisse. Il suo cognome era Marconcini: nato a Riva del Garda il 17 dicembre 1928, morì a Verbania il 29 gennaio del 2010. Ho poi scoperto che don Flavio compare a p. 21 di “Sfogliamo un album del nostro sport” (n. 11), in una foto della squadra di pallacanestro della Rosmini, durante la stagione ’71-72. Una testimonianza, quella dello sportivo don Flavio, autentica e sincera, come traspare dalla sua lettera: lasciando la nostra città, si era portato nel cuore lo sport trapanese e l’amicizia di Franco.


Un pensiero della sorella di Ciccio in occasione del " V MEMORIAL " Franco Auci, 27 marzo 2014



Un pensiero di monsignor Antonino Adragna, parroco della Cattedrale San Lorenzo di Trapani ed amico di Franco già dalla fine degli anni cinquanta.

In questi giorni abbiamo celebrato i 60 anni di fondazione della Juvenilia. Il mio pensiero è stato fisso nel ricordo di Franco Auci, che ha vissuto in tutta la sua vita il "primato dell'etica". La parola "etica", come uomo e come giornalista, è stata la "chiave di volta" per tutta la sua vita. Per lui l'etica indicava la qualità dei comportamenti di una persona. Inoltre ha difeso, con i suoi scritti, la dignità della persona umana ed ha messo tutti gli sforzi possibili nel "promuovere la vita". E' stato un educatore sportivo. Si fermava sulle cose autentiche, su valori veri, oggi troppo spesso derisi o banalizzati. Non dimenticherò la sua serietà ed onestà. E poi la fedeltà, la passione e la dedizione alla promozione dello sport, la sacralità nel mettersi al servizio degli altri, di tutte le categorie di persone, soprattutto quelle più deboli e svantaggiate, che oggi sono i ragazzi e i giovani. Tutto questo l'ha fatto, perchè Franco viveva sempre di fronte a Dio. Con affetto, padre Adragna


GIUSEPPE MAZZARELLA, "Dal campo Aula a San Siro"

"La scomparsa di un amico fraterno": le due pagine dedicate a Franco dal medico sociale del Trapani Calcio, nella sua autobiografia "Dal campo Aula a San Siro", del 2013. 
Pag. 97

GIUSEPPE MAZZARELLA, "DAL CAMPO AULA A SAN SIRO"

pagina 98

FRONTE...

Uno degli estrosi segnalibri del maestro Piero Frazzitta: dedicato al Trapani in B, a Franco Auci e... ai palloncini che presero il volo per lui dalle mani di Anne Marie Collart Morace, durante la festa di maggio.

...E RETRO

by Piero Frazzitta

A CICCIO, TESTIMONE DEI NOSTRI INIZI E DELLA NOSTRA GIOVENTU'...

L'amico giornalista Nonuccio Anselmo, dopo quarant'anni, scrive il "finale" per un racconto incompiuto di Franco (Trapani-Palermo e ritorno), del quale fu speciale protagonista... 

Un grazie a Nonuccio anche per la foto, e per questa didascalia di suo pugno: "il gruppo trapanese al mio matrimonio, all'Hotel Torre Normanna di Altavilla Milicia. A parte l'avvocato Galluffo con la moglie, miei amici (gli ultimi due a destra) gli altri erano tutti collaboratori della Cronaca di Trapani del Giornale di Sicilia. Da sinistra, Giovanni Caleca con la fidanzata, Enzo Tartamella con la moglie, il sottoscritto con la sposina, Giacomo Di Girolamo. Davanti (accosciati, come avrebbe scritto il giornalista sportivo Ciccio) Bartolo Ricevuto e Franco Auci". 

Ho saputo da poco, grazie ad un collega trapanese incontrato casualmente, dell'esistenza di questo sito dedicato a Franco e finalmente, con tanto ritardo, posso fare quello che avrei voluto fare subito quando mi giunse la notizia della scomparsa di Ciccio: abbracciare la sua famiglia.
Malgrado il lungo tempo trascorso insieme, Franco non era largo di informazioni sulla sua vita privata. Sapevo che aveva una sorella e a lei inviai una lettera per ricordare il tempo trascorso con il fratello, tra l'altro reso indimenticabile dalla gioventù. Ma l'indirizzo datomi dai colleghi di Trapani non era buono e la lettera tornò indietro. Restò per alcuni anni, chiusa per come era partita, nel cassetto della mia scrivania. Poi la stracciai - anzi, la scirai, avrebbe detto lui -  convinto che se davvero c'è un dopo, Franco doveva averne preso conoscenza.
Finalmente ho la possibilità di "parlare" con i familiari e con gli amici del grande sacerdote granata e posso dire che sono rimasto sbalordito nel leggere quel racconto rimasto incompiuto su una avventurosa gita a Palermo in occasione di un matrimonio. Ebbene, il Nonuccio di cui tanto si parla sono io e il giorno fatidico fu il 26 luglio 1973, giusto quarant'anni fa.
Neanch'io so quale doveva essere il finale della storia raccontata da Franco. Per i più curiosi posso dire però che un seguito esiste, anche se di un altro autore. La vicenda di quella trasferta complicata, infatti, finì anche in una rubrica che Giovanni Caleca teneva sulla Cronaca di Trapani del Giornale di Sicilia. Chi fosse tanto interessato, potrà andarsi a sfogliare le collezioni della settimana successiva al 26 luglio 1973. Ma non credo che ci sarà la fila.
Io invece voglio ricordare il Franco del 1971, quando i capelli di noi tutti erano ancora neri. Alla fine di gennaio, fui dall'oggi all'oggi catapultato a Trapani dal Giornale di Sicilia. Di questa città, che poi a lungo andare mi è entrata nel cuore, non sapevo nulla, o almeno, sapevo quello che sanno tutti i siciliani che hanno studiato un po’ di geografia. 

***

Nella redazione locale c'era stato un patatrac sindacale e tutti i collaboratori avevano mollato. A tamponare era arrivato il caposervizio della cronaca siciliana, poi il rincalzo ero stato io. Conoscenze zero, redazione vuota. Unica anima viva Franco, che si occupava di sport ed era fuori dalla mischia. Non so se ha mai saputo - e comunque glielo dico ora -  che fu il mio santo salvatore. Se non altro per chiedere qualche informazione, almeno dove si trovava una data via dovendo correre per un fatto di cronaca.
Poi i rapporti si cementarono anche grazie ad uno "strano incidente". Essendo appunto a corto di uomini, in attesa di ricostruire rete di collaboratori e contatti, chiedemmo a Franco di uscire un po’ dal suo settore e di darci una mano anche con la cronaca. Fu così che Ciccio si produsse in un pezzo in cui si diceva, niente meno, che il cimitero era sporco. Successe un inatteso putiferio, forse perché gli amministratori volevano "prendere le misure" al nuovo corso, senza sapere che il nuovo corso era la direzione stessa del giornale. Secondo uno strano metodo di smentita, l'assessore Michele Megale non si rivolse all'autore dell'articolo o alla direzione, ma procedette in proprio: distribuì alle edicole un ciclostilato con la versione dell'amministrazione comunale, chiedendo agli edicolanti di darne una copia ad ogni acquirente del Giornale di Sicilia. Furono sbugiardati subito, perché l'indomani mandammo i fotografi. No, non il fotografo, i fotografi. Il primo era il fotografo del giornale, Piacentino, ben visibile con tanto di macchine fotografiche, flash e accessori vari. Il secondo era Giovanni Caleca, vestito da muratore, con la sua brava macchina fotografica nella borsa. Piacentino fu immediatamente "fermato" dai vigili urbani - evidentemente in allerta - e "tradotto" al comando. Ma mentre si svolgeva questa pantomima, Giovanni Caleca aveva scattato decine di foto di cumuli di rifiuti tra le tombe che l'indomani finirono sul giornale e costrinsero il sindaco, Saverio Catania, ad intervenire personalmente e a convocare una riunione plenaria per la "paciata", anche perché nel frattempo erano partite non lusinghiere reazioni nei confronti dell'amministrazione anche dal gruppo di maggioranza.
Ma poi, alla lunga, non ci fu solo lavoro nei nostri rapporti. Ci furono le limonate da don Tuzzo, all'angolo della via Turretta dove si trovava la redazione con i balconi sulla Loggia; i gelati alla marina, le notti col carbuscio al consiglio comunale, la rianata da Calvino.
Ero andato per una settimana, durò un anno e mezzo. Tanto ci volle per ricostruire reti affidabili di collaboratori e di rapporti con la società trapanese. Ma restava il problema del responsabile dell'ufficio di corrispondenza. I nuovi collaboratori erano ancora giovani e non erano neanche pubblicisti. L'unico che poteva salvarmi era Franco, che però aveva il suo mondo fatto di pallone e di sport e non voleva saperne di impegni e di responsabilità. Dovetti pregarlo a lungo, e ancora una volta fu il mio santo salvatore: io a Palermo avevo una ragazza che aspettava il matrimonio. Quel matrimonio, appunto, di cui al racconto senza finale. Ma a rifletterci, chissà che quel finale non fosse rimasto aperto proprio per concludersi finalmente con questo mio scritto.
Con Franco siamo rimasti sempre in contatto, anche se saltuariamente, ma con lo stesso affetto e con la stessa amicizia. E oggi posso dire che con lui siamo stati insieme ai nostri inizi e alla nostra fine, almeno quella professionale.
Me lo ritrovai a Palermo quando stava preparando "Il Trapani in schedina". Io ero ormai redattore capo e segretario di redazione del Giornale. Mi chiese se poteva avere accesso alle collezioni. Figurarsi! Gli misi a disposizione, scrivania, poltrona, carta, penna, collezioni, fotocopiatrice e telefono. Era puntualissimo al mattino e stava con noi fino al tardo pomeriggio. Durò un mesetto. E stavolta, invece che da don Tuzzo, verso le cinque andavamo al "Rosanero", il bar sotto il giornale. L'ultima volta che lo vidi fu quando mi portò una copia del "Trapani in schedina", che, anche se non mi interesso di sport, tengo con grande cura perché è il lavoro di un caro amico, ma soprattutto di un testimone dei nostri inizi e della nostra gioventù.  
Nonuccio Anselmo, luglio 2013

"MATRI MIA", di GIUSEPPE BAGNATI

Giuseppe Bagnati, giornalista, nato a Palermo nel 1950, ha lavorato al Giornale di Sicilia, Il Mattino, La Gazzetta dello Sport. Ha scritto quattro libri di argomento sportivo, ne sta per uscire un altro dedicato a Totò, in cui racconta l'ultima recita a teatro di Antonio De Curtis, avvenuta a Palermo nel maggio 1957. E' in pensione, vive in provincia di Palermo.
 
Era il 1970. Avevo venti anni, Il Giornale di Sicilia mi mandava spesso a Trapani, non soltanto per qualche partita, ma spesso per crisi societarie, polemiche. I corrispondenti locali dei giornali erano spesso partigiani: o troppo tifosi o esageratamente critici, se non ostili. Franco no. Mi è bastato il primo incontro per capire che mi trovavo di fronte ad una persona seria. Il suo amore per il Trapani non era un fatto sportivo: la squadra di calcio era un pezzo della sua città. E vederla in quelle condizioni lo faceva soffrire tanto: gli stipendi che non arrivavano, la mossa disperata di consegnare le chiavi della società al sindaco di turno. Ma prima venivano i fatti, la cronaca, il mestiere di giornalista. Sapevo anche che qualche corrispondente non era per niente entusiasta di vedersi arrivare da Palermo un inviato di venti anni. Franco no. Mi illustrava la situazione per quello che era: mi bastava parlare con lui per avere le idee chiare. Da quei servizi a Trapani è nata una bella amicizia. Quando nel 1980 ho lasciato il Giornale di Sicilia per andare a Napoli, a lavorare al Mattino, ho chiamato Franco per salutarlo. Mi disse soltanto: "Matri mia". Era un modo di manifestarmi la sua stima, il suo affetto. Per dirmi che per il giornale che lasciavo era una perdita. E' stato uno dei complimenti più belli che ho avuto nella mia lunga carriera.
Molti anni dopo, ero già a Roma alla Gazzetta dello Sport, ricevo una telefonata da Franco: "Sono a Roma, vorrei incontrarti". Ci siam visti, mi ha portato il suo libro "Il Trapani in schedina". Sono riuscito a trovargli un po' di spazio nella rubrica dei libri della Gazzetta, mi ringraziò commosso. Gli dissi che lo meritava, perchè soltanto uno come lui poteva scrivere un libro del genere. Quelli che ha scritto sul Trapani sono piccoli capolavori. Coltivare la memoria non è soltanto un'operazione di nostalgia: la pensavamo allo stesso modo.
Ecco perchè la sera della promozione del Trapani in B l'ho pensato. Gli avrei telefonato per dirgli: "Ti ricordi quando non c'era più una lira e al segretario del Trapani non rimaneva altro che consegnare le chiavi della società?" Ci saremmo fatti una grande risata.
maggio 2013

UNA BELLA TESTIMONIANZA DI FRANCESCO PAPEO DA BRINDISI, "RECAPITATA" IL GIORNO DI SANTO STEFANO DEL 2012

E' sempre emozionante scoprire come i fili spezzati delle vite, delle storie, dei luoghi e dei tempi, possano d'improvviso riannodarsi. Franco Auci, che aveva un culto quasi ossessivo della memoria, sarebbe stato felicissimo di sapere qualcosa della "Folgore", la società fondata a Brindisi nel '46 da Giuseppe Amilcare Oddo, fratello di Giovanni. Era stato proprio Franco a suggerire il suo nome per la sezione trapanese dei Veterani dello Sport, appunto "Pio Oddo".

 

Mi chiamo Francesco Papeo, sono istruttore FIDAL e seguo un gruppo di allievi categoria esordienti-ragazzi.

La Folgore è la mia società da sempre, da quando tredicenne incominciai i primi allenamenti. Questa società è stata fondata nel 1946 dal professor Giuseppe Amilcare Oddo, persona dal grande carisma e dai fortissimi principi, che ha regalato insegnamenti e consigli a generazioni di ragazzi della mia città; venuto a Brindisi per insegnare, non è mai più andato via, e il suo ricordo è sempre davvero molto vivo tra chi lo ha conosciuto e amato.

Da ragazzo, su richiesta esplicita del prof. Oddo, fui inserito nel direttivo tecnico della società, le sue frasi e i suoi racconti erano sempre attenti e perspicaci, talvolta taglienti, era un uomo molto schietto e aveva un grande rigore morale, ricordo con emozione le tante riunioni nel suo piccolo appartamento, che finivano sempre a tarda serata con il “rito” del panino e birra.

C’è anche una società satellite non affiliata FIDAL, nata solo due anni fa, che si chiama Gioco Atletica Oddo, nella quale i bambini incominciano a fare un po’ di preatletica.

La nostra società è una delle poche rimaste che non hanno mai avuto sponsor o chiesto quote mensili ai propri atleti, le difficoltà economiche però sono sempre maggiori e adesso si sta cercando qualcuno che possa darci un contributo economico, anche se questo significherebbe andare contro gli insegnamenti del prof. Oddo, ma i tempi sono cambiati e forse farebbe lo stesso anche lui.

Se nella mia città attualmente esiste l’atletica leggera, ed una società nella quale le specialità principe sono quelle dei salti, lo si deve in gran parte al prof. Oddo.

Siamo stati sempre una società di velocisti e saltatori, e un solo grande marciatore che smise troppo presto e che da allievo vinse un titolo italiano (si chiamava Tommaso Elia); adesso ci sono un gruppetto di allievi quasi tutti triplisti e un gruppetto di ragazzi esordienti, che naturalmente fanno un po’ tutte le gare, perché la specializzazione precoce non è mai cosa buona, ma che sembrerebbero destinati a diventare, tra qualche anno, alcuni saltatori in alto e altri lunghisti.

Alcuni giorni or sono mi cercato in rete qualcosa che riguardasse il prof. Oddo e ho scoperto con mia grande sorpresa l’esistenza nella sua città d’origine dell'Unione Nazionale Veterani dello Sport, intitolata proprio a lui; e non solo: ho scoperto che aveva un fratello di nome Giovanni, anche lui grande atleta; da bambino il mio allora allenatore Stasi, attuale direttore tecnico, mi aveva sempre raccontato del prof. Oddo come di un triplista di buon livello, detentore di record regionale siciliano, ma a quanto pare il fratello riuscì ad ottenere risultati ancora migliori: bellissima la foto dove Giovanni balza con sullo sfondo il suo allenatore.

Non conoscevo Franco Auci, ma da appassionato cronista sportivo qual era sono sicuro che sarebbe contento di sapere che la società sportiva Folgore, fondata dal prof. Oddo, continua con gli stessi propositi di educazione sociale, prima che sportivi, e con un giornalista sportivo altrettanto appassionato come Bruno Stasi.

 


UNA LETTERA DI ANTONINO MESSINA

Ispirata dalla lettura dell'ultima opera, postuma, a cura di Auci, l'autobiografia di Giovanni Cesare Oddo: l'avvocato Messina, amico di Franco e... dello sport, fu "testimone oculare" di quei tempi, di quei luoghi, e ne conobbe i protagonisti. 

VERSI A UN GRANDE AMICO, di FRANCESCO LA COMMARE


E un canto scorreva tra i fili

(A un grande amico)

Si accendeva una luce nel cuore,
quando al buio, calava nel lago,
il silenzio di un sole argentato,
e un canto scorreva tra i fili.

Non squilla più il telefono di casa,
di sera, mentre si fredda la minestra,
per chiudere questioni letterarie,
o aprire attimi, a regole del gioco.

Ora, attorno a me, si odono silenzi,
in quei silenzi, apro i miei pensieri
e scorro, i momenti della vita,
dove l’attesa ha spento la speranza.

Non sarà più, come quando l’urlo
ardeva, fino ai margini del poi,
ora, che gli occhi, scorrono fondali,
per stabilire il nulla e l’esistente.

Ma lui è qui, e da vicino emette voce
tutte le volte che mi sento in ansia,
e m’illumina coi versi, a non finire,
offrendomi sorrisi e ispirazioni.

Appeso al tempo, contemplerò la terra,
dove gli odori, sanno di rugiada,
mentre correggo gli attimi, a capire
se il vuoto - è vuoto - o è soltanto anima.



VERSI E RIFLESSIONI DI FRANCESCO LA COMMARE

Francesco La Commare, nato a Trapani nel 1942, è stato a lungo fra i protagonisti del calcio dilettantistico trapanese, legando il suo nome al periodo d’oro dell’Entello Erice, la cui porta ha difeso dal ’65 al ’71, quando si è trasferito a Como, dove vive e ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Alcuni suoi versi sono apparsi anche nelle opere di Franco Auci.

 

Inconsolabile pensare

(Al mio amico Franco Auci)

 

Sovente mi ritrovo tra le mani

Un libro con la foto di un amico.

Il libro illustra un alito di vita,

che scorre come un esile che vibra

e spezza gli orizzonti di chi nasce,

ma non perdona all’anima la morte.

 

Scorro con la mente l’infinito,

ai lati di chi elude la speranza,

e – nel crescere – m’illudo provocando

un vivere che affoga nel diluvio,

lasciando nel sereno quella voce

che stabilisce inconsolabile pensare.

 

La foto mostra il volto di un amico;

un degno ramo d’albero fiorito,

che porge al mondo ali di profumo

e canti, che si pèrdono nel tempo.

 

Lascio che luce penetri improvvisa,

nel buio che conforta il mio silenzio,

mentre quel volto mi trascina altrove,

dove l’ammanco impolvera l’attesa.

 


FRANCESCO LA COMMARE LEGGE I VERSI DELL'AMICO FRANCO AUCI

 

Cara madre mia, / m’è assai arduo / dir dell’amor tuo. / Ma a te do, / incrollabile quercia, / tutto il mio cuore, / che pur è poco / a tanti stenti!

 

Conoscevo da anni Franco Auci come giornalista sportivo, poi come autore di libri (sempre sulla scia dello sport). Oggi lo scopro autore di un libro di poesie, autore di versi, animo sensibile, pescatore consumato di emozioni, cioè, Poeta. La conferma del resto emerge in modo significativo dalla presente raccolta poiché non c’è lirica tra quelle qui pubblicate, che non abbia riferimento all’io, nel rapporto, più ancora con gli eventi, con le emozioni, la memoria, i sentimenti che la vita provoca.

Il motivo conduttore infatti, ora latente, ora manifesto, di queste liriche è il sentimento tragico di un irrimediabile fluire che trascina via con spietata evidenza i mondi dello spirito: la labilità, la fugacità delle emozioni, il rapido svanire dei sogni che invano egli tenta di tenere al riparo dal soffio distruttore del tempo, il perdersi lungo l’itinerario esistenziale, di quel poco che abbiamo raccolto: tutto ciò racchiude l’Amico Franco nel cerchio di una drammatica angoscia in cui egli sente e rappresenta se stesso. Franco Auci sceglie le ragioni del suo lessico senza operazioni di artificio culturale privilegiando un colloquiare quotidiano perché meglio la parola esprime l’immediatezza del suo sentire.

Anch’io ho fatto la mia corsa, / ma non mi fermo, / temendo d’essere passato / su sabbia battuta dal vento / e di non aver lasciato impronta. Oppure quando dice: Vivo per la vita, / quella che conta. / E poco m’importa / se verme mi chiami, / perché traggo forza / dal dolore che si rinnova. (Questa è la poesia che più mi piace.)

Ecco in questo scorrere, in questo gioco di parole che non è fine a se stesso egli, poeta, esprime prima tutta la sofferenza, l’interrogativo, il travaglio dell’uomo intorno al perché del dolore che oscurando la policromia della gioia evidenzia la problematicità dell’itinerario verso un dove che la speranza insegue e la vita confligge.

Sinceramente

Francesco La Commare

 

***


Una lettera di Gennaro Conte, nipote di Pia Conticello ed autore della sua biografia, pubblicata a cura di Franco Auci

 

Vi ringrazio molto per aver pubblicato la biografia di Pia Conticello sul sito dedicato al vostro illustre familiare, Franco, che ne curò con grande amore la pubblicazione.

Di Franco, pur avendolo frequentato poco, conservo un ricordo bello ed indelebile: la Sua personalità era avvincente, ma non invadente, testimoniava con semplicità ma con determinazione i veri e i grandi valori della vita: l’Amicizia, la Lealtà, l’Etica, la Morale, la Fede, l’appartenenza alla comunità trapanese, che viveva con naturalezza ma fino in fondo, in maniera radicale.

Ricordo con quale entusiasmo accolse l’invito a curare la biografia di mia zia, Pia Conticello, in occasione del 50° della fondazione dell’Oratorio-asilo, da Lei voluto e dedicato alla Madonnina delle Lacrime”. Egli mi disse di essere felice di quest’iniziativa presa dal CIF di Trapani, allora diretto da Carmela Piazza, per ricordare una “Donna del ’900 che si è distinta nel Trapanese”, anche perché, da giovane, l’aveva conosciuta e frequentata ed era restato affascinato dalla personalità trascendente e dall’immensa spiritualità di Pia Conticello, che trasparivano dai suoi occhi, dal suo penetrante sguardo. Sensazioni che Franco esprime con acuta perspicacia nella sua poesia “A Pia Conticello”. La sua entusiastica e disinteressata collaborazione fu determinante nel comporre la biografia di Pia Conticello, grazie alla Sua grande professionalità, alle sue conoscenze, per l’inserimento del testo e delle fotografie, per interpellare le persone che avrebbero potuto dare spunti e suggerimenti per arricchire la pubblicazione. Lavorammo sodo per ricercare la documentazione, per scrivere il testo, per correggere le bozze, per catalogare le fotografie ed inserirvi le didascalie. In meno di un mese, grazie a Franco ed alla tipografia Cosentino, il libro fu pronto per essere distribuito in occasione della manifestazione pubblica per il 50° anniversario della fondazione dell’Opera Religiosa ed Educativa, voluta e realizzata da Pia Conticello, il 5 dicembre 2004.

In quella circostanza ho potuto apprezzare in Franco le Sue grandi doti di serenità, di grande professionalità, di puntualità, di intransigenza professionale, di saggio consigliere, nel portare avanti l’impegno di curatore della biografia di Pia Conticello.

Ho apprezzato le volte che mi spronava ad approfondire le ricerche su zia Pia o quando mi faceva notare, sempre con molto garbo, di non aver rivisto e corretto alcune bozze: in questo era scrupolosissimo!


***

Ho apprezzato in Lui l’amore immenso che nutriva non solo per lo Sport e gli atleti, ma per tutti gli ambiti, culturale, sociale, scolastico, giovanile, del territorio trapanese e per le singole persone, che riteneva degne di stima, che portava sempre nel Suo grande cuore e nella Sua intelligenza, tanto da valorizzare il loro vissuto, dedicando loro pubblicazioni, versi, racconti, immagini fotografiche, ecc.

Ho apprezzato ed ammirato il coraggio con cui testimoniava la Sua Fede di cristiano, quando pubblicamente si segnava con il segno di Croce, ogni qualvolta incrociava un luogo Sacro o a conclusione di un lavoro. Non era bigottismo, ma in Lui albergava una profonda spiritualità  religiosa  vissuta in concreto.

Ho apprezzato ed ammirato Franco per il culto che aveva per i Defunti. Quante volte lo incrociavo mentre usciva dal Cimitero ed ero felice ed onorato di poterGli offrire un passaggio con la mia auto per rientrare a casa, che Egli inizialmente non voleva accettare, “per non disturbare”!

Non si finirebbe mai di scrivere delle esemplari testimonianze di Franco, persona mite e determinata, sensibile e coraggiosa, leale e sincera, laboriosa e disinteressata, amante del proprio territorio e della sua gente, piena di grande umanità, che ha voluto e saputo spendere, con grande intelligenza, per informare e formare intere generazioni di trapanesi e non solo, nel conoscere, capire ed amare lo sport, ma anche la propria Città e i tanti che hanno fatto la storia di Trapani, anche quella fatta dai semplici, che credo Franco amasse molto.

Il Vostro Franco mi ha segnato con il Suo stile di Vita e la Sua Amicizia.

Vivissime cordialità.

Trapani, 5 novembre 2011, Gennaro Conte

N.B. Franco era puntuale, anzi puntualissimo! Almeno con me: ricordo che tutte le volte che passavo da casa Sua, per andare in tipografia o per altri impegni in comune, e suonavo il campanello, Egli scendeva all’istante. Mi spiace smentire, in proposito, la gentile Sorella Ina.

 


Cinquantesima assemblea nazionale dei Veterani dello Sport

A Taormina, nel maggio del 2011, il presidente dell'UNVS trapanese Francesco Maiorana ha ricordato il socio fondatore Franco Auci; c'erano, fra gli altri, Martino Di Simo, membro effettivo del collegio nazionale dei probiviri, e i delegati regionali della Sicilia Pietro Risuglia e Nino Maranzano. Un grazie, ancora una volta, a loro, al presidente nazionale Gian Paolo Bertoni e a quanti continuano a ricordare Franco.

***


LO ZIO FRANCO E 'U DAZZIU, di Mariangela Cavasino

Mariangela, nipote di Franco, vive a Mestre.

Sono appena tornata da Trapani. Sono trascorsi due anni dalla morte dello zio Franco e gli amici hanno organizzato un bel “memorial”: è così che ormai si chiama la commemorazione di un caro defunto.

È da tempo che voglio scrivere dello zio, tanti ricordi si accavallano nella mente, perché lui per me era “particolare”.

Quando, a scuola, la mia maestra Enza Cassisa ci assegnò un tema intitolato «Parla della tua famiglia e della casa in cui vivete», sinceramente non sapevo cosa scrivere: tutti i miei compagni vivevano con mamma, papà ed eventuali fratelli o sorelle, io invece vivevo con mamma, papà, fratello, nonna e zio!

Non nego che la cosa mi suscitasse qualche lievissima perplessità: probabilmente anche da piccoli, se immersi in un ambiente come una piccola scuola elementare di paese (la mia era a Xitta, negli anni ’80), abbiamo un certo timore dell’inconsueto. Me ne rendo conto adesso che sono diventata insegnante e posso vedere la differenza con i bambini di oggi, abituati alle “diversità” e ad accettarle senza troppi problemi; solo i grandi, purtroppo, continuano spesso a non comprendere che dalle cose insolite, fuori della norma (incluse le forme di convivenza), si può sempre imparare tanto... Ma io allora percepivo la curiosità e la meraviglia dei miei compagni verso una famiglia non comune, forse ai loro occhi un po’ bizzarra: sembra contraddittorio, eppure dentro quella “casa grande” ci stavo benissimo, e desideravo più “intimità” solo quando avevo paura di essere giudicata dai miei coetanei. 

La mia era una famiglia grande, quasi come quelle di una volta, patriarcali o matriarcali che fossero, con nonni e magari bisnonni dentro la stessa casa... Era una “casa ’ranni”, come dice mio padre, e mi piaceva.

Solo adesso mi manca, perché vivo lontano e sono diventata grande e mi rammarico sempre del tempo perduto, e mi mancano le persone che non ho più accanto.

Questa è la vita, così dicono i grandi, e... «chissa è ’a vita, Mariangela mia», così diceva lo zio Franco. E ne diceva tante altre, e a noi nipoti (a me e Rino) raccontava della sua Trapani, della sua gente. Quando lo ascoltavo, avevo l’impressione che si tuffasse nel suo passato rimpiangendolo: soffriva maledettamente per la rovina, ogni giorno più grave, della città; e concludeva molti suoi giudizi sul presente con espressioni per noi ormai quasi proverbiali, capaci da sole di rispecchiare il suo modo di essere: «Tutti ’mpatti sunnu!», «Un munnu di foddi c’è!».

A mio avviso, era troppo “meticoloso” quando raccontava del passato, e a volte io per prima, quand’ero più giovane, tendevo a perdermi, a distrarmi; ma come raccontava lui non raccontava nessuno.


***

Una volta io e Rino lo accompagnammo in macchina per un giretto di commissioni: tra le numerose tappe, c’era anche il Dazio (quel rione di Trapani lungo la via Fardella, più o meno dall’antica piazza Stovigliai – oggi Martiri d’Ungheria – fino a via Marsala, e che prese nome dall'ufficio di riscossione delle imposte sui beni in entrata o in uscita dalla città, il dazio appunto, situato all’incrocio con via Orti).

– Emu ô Dazziu – disse.

Gli chiesi con una certa strafottenza: – Zio, perché si chiama Dazio? Che cos’era? 

Ebbene, lui cominciò: – Mariangela mia, tu hâ sapiri ch’ê tempi d’a verra...

Io, ora assai rammaricata, lo fermai: – Zio no, non lo voglio sapere! Sei troppo lungarusu!

Per me aveva cominciato da troppo lontano...

Non volevo ascoltare, perché spesso da giovani siamo distratti verso le storie che ci raccontano i più grandi, siamo impegnati a pensare e fare altro.

Molto spesso lo zio parlava e raccontava il suo passato nella sua lingua, il siciliano: lo amava e lo preferiva all’italiano, amava le cose di una volta, il passato appunto, e mi sembrava quasi un nonno che racconta ai suoi nipoti le vecchie storie.

Quando venne a trovarmi a Mestre, sedendoci a tavola per il pranzo disse alla mia coinquilina polacca: – A favorire.

Io lo guardai sorridendo, perché la ragazza non aveva capito; glielo tradussi semplicemente con «buon appetito», cercando di spiegarle la sfumatura di quell’espressione, ma lui invece gliela spiegò senza parole, avvicinandole il piatto con un’occhiata eloquente, e scoppiammo tutti a ridere! Poi mi disse: – Mariangela, tutt’u munnu è paisi.

Ancora sorrido quando ripenso alla scena!

Immagino che privilegiasse il siciliano perché una volta, quand’era piccolo, si parlava esclusivamente in dialetto, e parlarlo adesso era per lui come tornare nel passato che amava, nei suoi ricordi che preferiva al presente, un presente distrutto proprio da noi, con le nostre stesse mani, secondo lui.

Anche i cibi che amava perdutamente erano un tuffo nei sapori di una volta, e ogni scusa era buona per rievocare i piatti della sua giovinezza.

Ogni giorno faceva la spesa e ogni giorno rientrava a casa carico di roba.

Poco dopo la sua scomparsa, ho sognato che da morto mi veniva incontro con due sacchi di spesa, dicendomi:  – Tieni, vi ho portato da mangiare, perché sono preoccupato per voi.

aprile 2011


UNA LETTERA DI ARISTIDE ZUCCHINALI...



...DA BERGAMO, LETTA DAL GIORNALISTA NICOLA RINAUDO IL 27 MARZO 2010



DAVANTI ALLA SALA STAMPA DELLO STADIO DI TRAPANI, APPENA INTITOLATA A FRANCO AUCI



IL GIORNALISTA GAETANO SCONZO RICORDA FRANCO AUCI

Quel sorriso a mezza bocca...

PALERMO, 30 MARZO 2009

Nell'aprile 2009 il testo di Sconzo è stato pubblicato sul periodico "Il Veterano Sportivo", organo ufficiale dell'Unione nazionale Veterani dello Sport.

"CONI news" del marzo 2010

Un articolo di Antonino Messina


Ciccio e Renzo

"Franco Auci, l’Uomo e il Giornalista", di Renzo Vento

Una limpida testimonianza di Renzo Vento, tra gli amici più cari ed intimi di Franco: antica amicizia, passata indenne lungo le stagioni della vita, anzi cresciuta sempre più salda e leale fino all’ultimo giorno. Ed oltre: perché più di tutti Renzo continua a vederlo, a “frequentarlo” in brevi sogni toccanti e poetici, come se entrambi non avessero mai lasciato cadere il filo del dialogo, della condivisione. Queste righe sono state scritte dall’amico il 19 luglio del 2010: una coincidenza forse involontaria, ma che ci preme sottolineare, con l’anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta, quasi additando i valori comuni che guidarono, e ancora guidano, quell’amicizia, come pure le speranze mai tramontate di tutti noi per questa terra. 

 

Franco Auci non è più con noi. La sua scomparsa, improvvisa nel pieno fervore delle sue attività di ricerca e di studio di cui restano comunque tracce incancellabili, ha provocato un immenso dolore da cui è stata pervasa con autentica incredulità ed angoscia l’intera città. La voce dell’inatteso evento ha fatto istantaneamente il giro delle case di ogni quartiere, dando luogo a una indicibile amarezza e a uno straziante sconforto.

  Amico sincero ed ineguagliabile per altruismo e generosità, nonché per vasta e profonda cultura, Franco Auci se ne è andato in un attimo fra la generale incredulità di quanti (ed erano davvero migliaia le persone non soltanto a Trapani, ma anche in Sicilia e in varie parti d’Italia ad apprezzarlo e a volergli bene) avevano trovato in lui, nelle varie circostanze della vita, un insostituibile, affettuoso, disinteressato e leale punto di riferimento, prodigo di assennati suggerimenti che si rivelavano di frequente risolutivi.

   La nota fermezza del carattere, che aveva a fondamento una rarissima e adamantina onestà, lo rendeva impareggiabile nei comportamenti e nell’espletamento delle attività quotidiane. Alieno da compromessi di qualsivoglia natura, si manifestava in ogni momento rigoroso con gli altri e ancor prima con se stesso, tanto che, nell’ambito della categoria professionale cui apparteneva, costituiva per tutti, con giudizio unanime e senza eccezioni, un riconosciuto  esempio di assoluta serietà e di intransigente correttezza morale.

   Scrittore documentato ed elegante, giornalista attento e sensibile, cronista sportivo di impareggiabile bravura, Franco Auci era davvero un uomo la cui presenza, ricercata e gradita, era divenuta per ciascuno una consuetudine irrinunciabile. La consapevolezza di non poterlo ormai più incontrare interrompe un'abitudine a cui ci si era assuefatti, lasciando il posto ad una crescente ed inconsolabile tristezza.                                                


al telefono...

“Per non dimenticare” scrivo anch’io su Franco Auci.

di Piero Frazzitta

 

Io (Piero Frazzitta) e Carlo Minaudo gli siamo stati molto vicini, con funzioni apparentemente oscure, ma, credo, quasi indispensabili.

L’ho conosciuto da giovane, ma non ci siamo mai frequentati.

Dopo la morte di mia moglie, a cui seguì un triennio sabbatico, nel 2003, in seguito ad una sua pubblicazione che mi riguardava, ci siamo incontrati ed è nata subito una fraterna amicizia, sempre più solidale nel tempo, tanto che nel 2006 mi dedicò un “Pensiero”, che rinsaldò nel 2007, in occasione del mio onomastico.

Non mi soffermo a tessere gli elogi di un “morto”; lo hanno fatto giustamente altri con eleganza e rispetto.

Io mi soffermo a dire alcuni “verbi” del suo impegno quotidiano “per non dimenticare”: Ricordare, Ricercare, Fotografare, Catalogare, Scrivere.

Penso a quella piccola inseparabile “cartella” sempre piena di appunti, di foto da computerizzare o da restituire.

Con Carlo si vedevano sempre; ultimamente al bar Toro Loco di via dei Mille, e molto scherzosamente lo definiva il suo autista personale.

Con me s’incontrava davanti alla tabaccheria Nicolosi, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove convalidava la sua schedina del totocalcio, le piccole giocate al lotto o al superenalotto; e quando arrivavo in ritardo lo trovavo dentro la ricevitoria con la monetina pronta per grattare il suo gratta e vinci.

Franco era un personaggio semplice, umile, religiosissimo, ma caparbio e insofferente alle ingiustizie, che percepiva prima degli altri, e alle cose fatte male.

Alle ore 11 del sabato, lasciava tutti e saliva sull’autobus 29 che lo portava al cimitero, per la consueta visita settimanale ai genitori, i cui resti dimorano in un sarcofago, quasi all’ingresso del cancello principale. Dalle ore 8,45 del 27 marzo 2009 è per sempre con loro.

Per amore della verità, posso dire che era scomodo a qualcuno e non conciliava con nessuno, quando era nel giusto.

Eppure, sabato 28 marzo 2009, alle ore 16, ai funerali officiati in maniera veramente magistrale e commovente da Monsignor Antonino Adragna, c’erano tutti, proprio tutti... E Fulvio Castaldi continuava a piangere. Eravamo nella chiesa del Sacro Cuore.

                                                                       

P.S. Come da me previsto, per ricordarlo degnamente è stata pubblicata la foto di Franco situata nel retro di copertina del libro “La mia corsa”. Una raccolta di poesie che ha fatto, a molti, scoprire (io lo sapevo già) che era anche “poeta”, non solo occasionale ma di rilevante valore artistico.


sull'ansa del Danubio, isola di S. Andrea, 1994

Una piccola e dieci forchette - di Rino Cavasino

Rino Cavasino, nipote di Franco, vive a Firenze.

 La sera prima che morisse, cenammo a casa di cugini. Intorno al tavolo pure la piccola Ludovica, neanche sei mesi, l’ultima nata della nostra “comunità”, l’ultima fogliolina di cui Franco aveva ornato il suo meticoloso albero genealogico dell’intero parentado. Prima di cena, chino sulla culla, aveva chiacchierato con lei per un bel pezzo, fischiettando una lingua segreta, come un uccello da un ramo.

Più tardi, a capotavola, mentre piluccava i suoi gusti preferiti dalla pizza formato famiglia, d’improvviso un ricordo gli affiorò sulle labbra, suscitato, come spesso gli accadeva, dal rito del cibo, di cui si nutriva anche il suo immaginario: non so chi di noi, distratti, ascoltasse la sua voce fra le altre, inclusi i versi e i gorgheggi di Ludovica ancora sveglia; può darsi che, se la mattina dopo non fosse morto, nessuno avrebbe ricordato quelle sue poche parole, e sarebbero ricadute nel pozzo di memorie senza fondo cui attingeva senza posa. Ma per lui l’importante era comunque ricordare, e dire, e raccontare, anche solo a sé stesso: e allora, ’na vota...

Una volta, una sera, dieci ragazzi squattrinati entrarono in una vecchia pizzeria di Trapani, per festeggiare chissà cosa, forse soltanto la fine della scuola, si sedettero e ordinarono... una sola pizza per tutti; il pizzaiolo, al pensiero che quella chiassosa tavolata gli occupasse troppo a lungo tanti posti per un così magro guadagno, si affrettò a gridare verso la cucina: «Una nica e deci buccetti, veloce!».

Buccetti? – chiese qualcuno di noi, poco avvezzo al siciliano “arcaico” di Franco (forse proprio io!).

– Forchette! – tradusse prontamente Gioacchino, il papà di Ludovica (perfetti insieme i loro diminutivi, Giochi e Ludo...).

Quel suo ultimo, scanzonato ricordo e racconto, condiviso intorno ad una pizza, è diventato fatalmente anche il mio ultimo ricordo di lui in vita, delle sue parole, che gli sopravvivono.

E il fischio di quella sera sulla culla è forse l’ultimo, vago, musicale ricordo che Ludo conserva, conserverà di lui, nell’inconscia segreta memoria della sua infanzia.

                                                                       febbraio 2010

P.S. A distanza di quasi tre anni da queste parole, abbiamo ritrovato un promemoria in un “pizzino” di Franco: «’Na piccola e 10 buccetti!». Scritto quella sera stessa, o chissà quando, come un titolo per un racconto fatto solo a voce, che avevo preso in prestito senza saperlo.


foto da "IL TRAPANI IN SCHEDINA", di Franco Auci, Alcamo, 2000

Un ricordo di Franco - di Francesco Rinaudo

Francesco Rinaudo, trapanese in terra veneta, giovane "amico ed allievo" di Franco Auci.

 

 

Era un punto di riferimento, un esempio a cui attingere per quanti, fra cui il sottoscritto, si erano avvicinati al mondo del giornalismo sportivo. Ma non solo. Ti conquistava con la sua onestà intellettuale; con la sua ferrea coerenza al limite della cocciutaggine; con quella sua esperienza; con quella sua capacità e, soprattutto, con quel suo senso pratico nel fare il lavoro di giornalista, che non lasciava adito a dubbi o incertezze: sapeva sempre cosa scrivere e come scriverlo.

Ecco perché di Franco Auci non potevo e non posso tutt'oggi non sentirmi amico ed allievo.

Lui mi ha insegnato il mestiere ma soprattutto il modo in cui farlo, usando la testa ed il cuore, il ragionamento ma anche, in alcuni casi, i sentimenti, quando bisognava non solo capire ma anche scegliere dove si voleva andare con il ragionamento, ossia che posizione assumere e poi sostenere.

Adesso che non c’è più, personalmente mi sento più povero dentro. Non tanto per gli insegnamenti ed i consigli che non riceverò più. A mancarmi immensamente è oggi più che mai la sua amicizia, il confrontarsi con lui, discutendo, anche animatamente, dei vari argomenti che di volta in volta ci interessavano, indipendentemente dal fatto che se ne parlasse o meno per un eventuale articolo da scrivere. Da questi colloqui sgorgava viva tutta l'umanità dell’uomo e lo spessore del giornalista ed io mi arricchivo di questo, ammirandolo per come era e ringraziandolo dentro di me per l'opportunità di crescita morale che involontariamente ogni volta mi dava.

                                                               

                                                               Francesco Rinaudo, gennaio 2010