DA ALE' GRANATA, 29 gennaio 1983

segue l'articolo

*

 
da ALE' GRANATA, 29 gennaio 1983
I PARTE

DALLA JUVENTUS AL TRAPANI E ALLA DREPANUM...

*

 
da ALE' GRANATA, 29 gennaio 1983
II PARTE

DALLA JUVENTUS AL TRAPANI E ALLA DREPANUM...

***

 
da ALE' GRANATA, 15 gennaio 1983
I PARTE

STORIA: DOCUMENTI

1935: LA JUVENTUS CHIUDE I BATTENTI

*

 
da ALE' GRANATA, 15 gennaio 1983
II PARTE

1935: LA JUVENTUS CHIUDE I BATTENTI

***

 
"VENT'ANNI FA, QUEL 4 A 0 ALL'ASCOLI!", prima parte
da ALE' GRANATA, 11 dicembre 1982

"Nel campionato 1962-63 il Trapani, sfiorata la promozione due stagioni prima, quando, proprio sul filo di lana, era riuscito a spuntarla il Cosenza, torna a 'vedere' la Serie B, ma stavolta a bruciare le speranze della tifoseria granata è il Potenza": una rima sfortunata...

*

 
LA B SFIORATA... seconda parte

da ALE' GRANATA, 11 dicembre 1982

***

 
da Alè Granata, 8 gennaio 1983
I parte

Storia: documenti.

IL TESTO DELLA DECISIONE DELLA C.A.F. SUL "CASO CINTURA"

REGOLAMENTO CHIARISSIMO

*

 
da Alè Granata, 8 gennaio 1983

IL "CASO CINTURA", II parte

***

 
da ALE' GRANATA, 7 maggio 1983

LA B NEGATA...

***

 
QUEL FANTASTICO TRE A ZERO A SIRACUSA...
da ALE' GRANATA, 19 febbraio 1983

 
1948-49...
da ALE' GRANATA, 12 febbraio 1983

 
LA FAMIGLIA...
da ALE' GRANATA, 8 gennaio 1983

L'ottavo in piedi, da sinistra, è Franco Auci.

***

 
UNA COPPA ITALIA DEL '58...
da ALE' GRANATA, 25 settembre 1982

 
I RACCONTI DEL CALCIO SICILIANO...

 

Alcuni articoli di Franco Auci dai numeri di "CALCIO SICILIANO" del '76 e '77, primi due anni di vita della "RIVISTA MENSILE DEI CAMPIONATI".

 

 
IL FUTURO... I parte

da CALCIO SICILIANO - RIVISTA MENSILE DEI CAMPIONATI, maggio-giugno 1977

***

 
IL FUTURO... II parte

***

 

 
FINALE DI CAMPIONATO...

da CALCIO SICILIANO, aprile 1977

***

 

 
CATANIA AL TIMONE... I parte

da CALCIO SICILIANO, febbraio 1977

***

 
CATANIA AL TIMONE... II parte

***

 

 
IL TRAPANI DEI GIOVANI... I parte

da CALCIO SICILIANO, gennaio 1977

***

 
IL TRAPANI DEI GIOVANI... II parte

***

 

 
LA SITUAZIONE SOCIETARIA... I parte

da CALCIO SICILIANO, novembre 1976

***

 
LA SITUAZIONE SOCIETARIA... II parte

***

 
UN CALENDARIO TREMENDO... I parte

da CALCIO SICILIANO, ottobre 1976

***

 
UN CALENDARIO TREMENDO... II parte

***

 
LA PIU' BELLA D'ITALIA...

da CALCIO SICILIANO, ottobre 1976

***

 
UN TRAGUARDO REALISTICO... I parte

da CALCIO SICILIANO, settembre 1976

***

 
UN TRAGUARDO REALISTICO... II parte

***

 
IL TRAPANI PUNTA AL RINNOVAMENTO

da CALCIO SICILIANO, giugno-luglio 1976

***

 
IL TRAPANI VOLTA PAGINA... I parte

da CALCIO SICILIANO, maggio 1976

***

 
IL TRAPANI VOLTA PAGINA... II parte

***

 
UN CAMPIONATO D'AVANGUARDIA... I parte

da CALCIO SICILIANO, anno I numero 1, gennaio 1976

***

 
UN CAMPIONATO D'AVANGUARDIA... II parte

***

 
RACCONTI GRANATA...

Di "Alè Granata", periodico del Trapani Calcio e primo giornale del quale sia riuscita a dotarsi una società sportiva locale, Franco Auci fu, oltre che fondatore con alcuni amici, anche direttore nei primi due anni di vita della testata (stagioni 1982-83 e 1983-84). Cominciamo una carrellata su alcuni degli articoli storici da lui firmati per il periodico, cronache e racconti sportivi, sempre a caccia di "precedenti"...

***

 
TRAPANI - FOLGORE, OTTO PRECEDENTI...

da ALE' GRANATA, 20 marzo '93

***

 
LA STORIA DI TRAPANI-MARSALA...

da ALE' GRANATA, 20 febbraio '93

***

 
DOPO SEI GIORNATE RETROCEDEMMO IN SERIE D... I parte

da ALE' GRANATA, 9 maggio '92

***

 
DOPO SEI GIORNATE RETROCEDEMMO IN SERIE D... II parte

da ALE' GRANATA, 9 maggio '92

***

 
MAI UNA SCONFITTA...

da ALE' GRANATA, 4 aprile '92

***

 
TRAPANI-FROSINONE, SETTE I PRECEDENTI...

da ALE' GRANATA, 14 marzo '92

***

 
1951, IL PRIMO CONFRONTO CASALINGO CON LA FOLGORE...

da ALE' GRANATA, 22 febbraio '92

***

 
QUANDO IL TRAPANI RIMANDO' BATTUTO L'ORGOGLIOSO BARI...

da ALE' GRANATA, 8 febbraio '92

***

 
AVEVAMO ANCHE NOI UNO STRANIERO, IL BRASILIANO PITA...

da ALE' GRANATA, 18 gennaio '92

***

 
E I CREDITORI SEQUESTRARONO L'INCASSO...

da ALE' GRANATA, 14 dicembre '91

***

 
SEGNO' SORRENTINO AL 2° MINUTO...

da ALE' GRANATA, 30 novembre '91

***

 
"GIOCAMMO PER LA PRIMA VOLTA NEL 1934, AL CAMPO DEGLI SPALTI"...

da ALE' GRANATA, 16 novembre '91

***

 
E MORANA VENNE FISCHIATO...

da ALE' GRANATA, 9 novembre '91

***

 
I PRECEDENTI FRA I GRANATA E I CANARINI...

da ALE' GRANATA, 26 ottobre 1991

***

 
"I GRANATA AFFRONTANO IL LECCE"...

da ALE' GRANATA, 12 ottobre 1991

***

 
"L'ANNO PRIMA AVEVAMO SFIORATO LA C1, POI RETROCEDEMMO IN SERIE D"...

da ALE' GRANATA, 28 settembre 1991

***

 
"TRAPANI-ERCOLANO: E' LA QUINTA VOLTA"...

da ALE' GRANATA, 21 settembre 1991

***

 
"QUEL POMERIGGIO DEL '68..."
TRAPANI-MARSALA 2 a 0

"VI RACCONTIAMO COSA ACCADDE"...

da ALE' GRANATA, 7 settembre 1991

***

 
DUE DOMANDE SUL TRAPANI...
UN'INTERVISTA A FRANCO AUCI, FRANCO CAMMARASANA E STEFANO GIACALONE, da ALE' GRANATA del 23 febbraio 1991

***

 
Pagina 1 DELL'ARTICOLO DI FRANCO AUCI DEDICATO A CICCIO SALONE
E SCRITTO NEL 2003, IN OCCASIONE DEL TERZO "MEMORIAL"

ALL'INDIMENTICABILE  CICCIO SALONE, DIRIGENTE E PROTAGONISTA DELLA "JUVENILIA", SCOMPARSO IL 15 OTTOBRE DEL 2000, E' INTITOLATO UN MEMORIAL ANNUALE, CHE INCLUDE UN TORNEO DI CALCIO GIOVANILE.
 
"CICCIO SALONE ovvero TRAPANI E IL TRAPANI NEL CUORE", p. 2

 
CULLANDO UN SOGNO
le foto che corredano l'articolo

***

 
UNA RECENSIONE DEL VOLUME DI MAURIZIO VENTO DEDICATO AL POETA TRAPANESE TITO MARRONE
Estratto da "Otto/Novecento", rivista di storia e critica letteraria dell'Università Cattolica "Sacro Cuore" di Milano, maggio/agosto 2008; nella foto Giuseppe Farinelli, ordinario di letteratura italiana moderna e contemporanea nella facoltà di lettere della "Cattolica".

A Tito Marrone (1882-1967) Franco dedicò anche uno "speciale" nel quarantesimo anniversario della morte, dopo essere stato componente della commissione giudicatrice (presieduta da Renzo Vento) che nel 2003 votò per l'intitolazione del teatro provinciale allo scrittore trapanese.
 
da "Otto/Novecento", maggio/agosto 2008
TITO MARRONE

 
da "Otto/Novecento", maggio/agosto 2008
TITO MARRONE

 
L'articolo di Franco Auci, da "CONI news", gennaio 2007
I "VETERANI DELLO SPORT" DI TRAPANI INTESTANO A PIO ODDO LA LORO SEZIONE

 
pagina 2, da "CONI news", gennaio 2007
VETERANI DELLO SPORT, SEZIONE "PIO ODDO"

 
da La Sicilia, 13 febbraio 2009
Giovanni Cesare Oddo, "il più grande sportivo trapanese di tutti i tempi", alla cui biografia stava lavorando Franco Auci: un'opera che speriamo veda presto la luce, sia pure incompiuta.
 
La mia Olimpiade

da "CONI news", gennaio 2004

 
da "CONI news", dicembre 2003
Una "letterina a Babbo Natale" per raccomandargli lo sport trapanese...

 

 
da "CONI news", dicembre 2003

 

 
'A CHIAZZA
Chi è il protagonista di questo racconto? Un "alter ego" dell'autore o un amico reale, rimasto senza nome?

 

Un ricordo dell’ex mercato del pesce di Trapani, quasi un addio, scritto da Franco nel marzo del 2009, poco prima di morire, e pubblicato postumo sulla rivista trapanese "Extra". L’esclamazione «Carta!», che leggiamo alla fine, era il richiamo del venditore di giornali vecchi per avvolgere i pesci.

L'estate scorsa mi sorprese parecchio la telefonata di un mio amico che mi annunciava il suo ritorno a Trapani dopo ben dodici anni. "Sai, mi son messo in pensione e non vedo l'ora di tornare nella mia città. Preparati, perché, come al solito, la rivisiterò in lungo e in largo." Un po' tutti siamo orgogliosi della nostra Trapani, ma questo mio amico lo è in maniera particolare. Per farvi un esempio, quando ospitammo le gare veliche in vista della Coppa America mi telefonava giornalmente, perché, seguendo le riprese televisive, andava in estasi e non mancava d'invitare colleghi d'ufficio ed amici ad ammirare la sua città, quanto Trapani stava dimostrando di poter fare. La vigilia di Sant'Alberto, mentre uscivo per la mia solita passeggiata mattutina, squilla il telefono. E' lui che mi dice: "Arrivo stasera. Ci vediamo domani alle nove e facciamo un bel giro". L'indomani un buon caffè e via. "Dove andiamo?", chiedo. "Prima di tutto alla Madonna", risponde, "e poi â Chiazza". Tappa obbligata il Santuario e, di passaggio, visto che ricorre la festa del Santo Patrono, ne approfitto per fargli vedere quanto è stato realizzato in Piazza Martiri d'Ungheria, che lui però chiama da sempre Piazza Stovigliai. Osserva e fa una smorfia. Non mi sembra granché contento, ma non vuole commentare. Le sue parole comunque valgono più di un commento: "Tiriamo avanti", si limita a dire. Ultimata la visita al Santuario, si va verso il centro e, arrivati al porto, il mio amico comincia a darsi da fare per posteggiare. Gli faccio notare che non è il caso di cercare un posto da quelle parti, perché in Via Cristoforo Colombo o nei pressi non dovremmo avere particolari problemi. Mi guarda allibito e risponde: "Cosa dobbiamo andare a fare ai Cappuccini? Noi a Piazza Mercato del Pesce dobbiamo andare!". Non mi sfugge il fatto che non l'abbia chiamata Chiazza e ne sono sorpreso. Provo a dirgli che, cosa cerca lui, non è più nello stesso posto. Mi guarda stralunato. Allora gli illustro la situazione, aggiornandolo. Cambia volto e mi fissa inviperito, come se fossi io il colpevole. Si china sul volante e, non riuscendo a dire altro, ripete continuamente: "Matri mia, 'a Chiazza mi livaru!", "Matri mia, 'a Chiazza mi livaru!", "Matri mia, 'a Chiazza mi livaru!"... Sembra una litania interminabile. Poi, con gli occhi lucidi, mi dice: "Ma 'u sannu socch'era 'a Chiazza p'u trapanisi?". Riprende la litania: " 'A Chiazza mi livaru! Matri mia!". A questo punto mi guarda stizzito e mi chiede: "E chi ci fannu ora a Chiazza?". Spiego e trasecola. E continua a ripetere: "Matri mia, 'a Chiazza mi livaru! Comu pottiru fari!". Andiamo ugualmente. Arriva, guarda e nei suoi occhi leggo una tristezza infinita. "Ci pensi?", mi dice, "Carta! Carta!". Guarda quel portico vuoto e ripete: "Carta! Carta!". E continua a guardarmi, quasi a cercare un conforto che non posso dargli. Un ultimo sguardo a quella piazza vuota, e via, con un ultimo amaro commento: "Ma chi Trapani è chista, senza cchiù 'a Chiazza? Ma comu pottiru fari? Ma tu lu capisci? 'U cori ni livaru! A Chiazza c'ivi puru quann'era malutempu. Era la vita, era 'na festa! Livaru 'na festa e ni ficiru un chiantu!".

 
TRAPANI-PALERMO E RITORNO (FORSE...)
Un bozzetto non finito dei primi anni settanta, che racconta il viaggio sgangherato di tre giovani amici alla volta di un matrimonio palermitano in piena estate...

 

Quel sabato non potremo dimenticarlo tanto facilmente. La sera avanti c’eravamo dati appuntamento al Circolo e, conoscendoci, un po’ tutti avevamo raccomandato la massima puntualità. Com’era prevedibile, però, quest’impegno non fu rispettato. Io, al solito, mi presentai con un buon quarto d’ora di ritardo. Mi limitai a salutare i puntualissimi, Enzo, Giacomo e Bartolo, senza neppure pensare di scusarmi con loro. Sarebbe stato inutile, perché sapevano bene che per me, che avevo perso già tanti treni, navi e aerei e tanti altri ero riuscito a prenderne solo per il rotto della cuffia, non giungere puntuale ad un appuntamento era la cosa più normale di questo mondo. Appena arrivato mi accorsi, però, che mancava Giovanni, altro “cronometro” rinomato tra noi. Allora, dentro di me, mentre si passava ai consueti convenevoli, tirai egoisticamente un sospiro di sollievo. Discutemmo del più e del meno per una ventina di minuti abbondanti, finché, solita andatura dinoccolata ed altrettanto normale espressione stralunata, arrivò anche l’atteso Giovanni. Sguardi truci, un’occhiata agli orologi e una, molto eloquente, a lui che con larghi sorrisi faceva il possibile per scusarsi raccontando chissà che cosa, o meglio tentando di farlo con qualche timido gesto, perché seppellito dalle nostre parole. Finalmente comunque c’eravamo ormai tutti e allora si poté entrare in argomento. C’era da decidere come recarsi l’indomani a Palermo, dove l’amico Nonuccio andava a rovinarsi, ovverossia a sposarsi. Alla cerimonia non potevamo assolutamente mancare; un punto, questo, sul quale eravamo tutti d’accordo. Ma come organizzarci per la “trasferta”? Ne avevamo già parlato un paio di volte; ma la decisione era stata sempre rimandata perché non era da escludere che venissero anche la moglie di Enzo e la fidanzata di Giovanni. In cinque si poteva andare con la spaziosa Mercedes di Enzo e non ci sarebbero stati problemi; in sette il discorso cambiava, non tanto perché, con le donne, la “gita” sarebbe stata diversa, fino ad esaurirsi quasi in un semplice viaggio di doverosa, etichettata rappresentanza, quanto perché ci sarebbe stato da scegliere l’altro automezzo. Accertato che sia la moglie di Enzo sia la fidanzata di Giovanni sarebbero venute con noi, si concordò subito che le due coppie sarebbero andate a Palermo con la Mercedes di Enzo. E noi tre scapoli? Io, senza patente e da sempre odiati i motori, ero virtualmente fuori gioco: aspettavo solo di sapere se dovevo imbarcarmi sulla Giulia di seconda mano di Giacomo oppure sulla Mini Minor di Bartolo, ahinoi, troppo rumorosa. Quest’ultimo, però, trasse subito tutti d’impaccio, facendo presente che la vettura non era a punto e che quindi non era consigliabile recarci a Palermo con la Mini Minor. Restava dunque la Giulia di Giacomo, che, gran patito di motori, al pari di Bartolo, disse che la sua macchina era invece a posto e si mise subito a disposizione. Tutto risolto quindi. Enzo e Giovanni, con rispettive moglie e fidanzata, l’indomani mattina, avendo da sbrigare qualcosa a Palermo, sarebbero partiti di buon’ora. Ma non era un problema: ci saremmo visti in chiesa. Giacomo sarebbe passato alle 8 meno un quarto da Bartolo e quindi da me. Tutto ok e arrivederci.

 
***

Quel sabato, rispetto alle nostre abitudini, c’eravamo alzati un po’ prima e quando Giacomo e Bartolo furono da me, ci fu sufficiente guardarci negli occhi per renderci conto che qualche altra ora di sonno non avrebbe certo guastato. Ma pazienza! C’era il matrimonio di Nonuccio da onorare e per un amico questo ed altro. Via allora. Avremmo pensato a tenerci svegli con un po’ di musica e raccontandoci le ultime. Faceva un gran caldo, ma durante il viaggio, per fortuna, tenendo un po’ abbassati i finestrini, non ne accusammo molto i disagi; avevamo riposto giacche e cravatte per benino: le avremmo indossate poco prima d’entrare in chiesa.

Appena a Palermo, però, incappando nei primi ingorghi, il sole cominciò a darci molto fastidio. Il sudore si moltiplicava a causa del nervosismo che ci prendeva temendo che saremmo giunti in ritardo, e pensare che ci aspettavano giacca e cravatta ci atterriva. A una curva, però, ci distolse dai nostri pensieri Giacomo: «Forse abbiamo forato», disse e aggiunse una parolaccia indecifrabile. Ci guardammo senza dir nulla, ma le nostre espressioni erano sin troppo eloquenti. Già siamo madidi di sudore e ora ci sarà pure da cambiare una ruota! Ma tutte a noi devono capitare? Pazienza comunque. Trovammo un po’ di spazio; Giacomo accostò la Giulia ad un marciapiede, scendemmo e ci rendemmo subito conto che avevamo davvero bucato. Che guaio! Come ci saremmo presentati in chiesa? Ma c’era poco da fare. Via allora. Ciascuno di noi fece la sua, con il risultato che quando finimmo di cambiare la ruota tutti e tre eravamo irriconoscibili, perché, continuando a sudare, nel tentativo di asciugarci avevamo sporcato oltre alle mani facce e fazzoletti. Ci mettemmo allora alla ricerca di un bar, quanto meno per renderci presentabili. Naturalmente arrivammo in chiesa in ritardo; entrammo quatti quatti per farci notare il meno possibile, nella speranza che prima della fine del rito, stando fermi, avremmo smesso di sudare. Per fortuna ci diede una mano la frescura della chiesa. Ma al termine del rito, malgrado i nostri sforzi, non si faceva fatica a notare che c’era successo qualcosa. Se ne accorsero subito, appena ci videro, Enzo e Giovanni; immaginiamoci gli altri! Comunque prendemmo il coraggio a quattro mani e ci avvicinammo agli sposi per gli auguri. Andò bene; almeno lo pensammo, non riflettendo su un fatto molto ovvio, e cioè che Nonuccio e la sposa in quel momento, avendo coronato il loro sogno d’amore, non avevano badato, pur facendoci molta festa, a come eravamo conciati.

 
***

Uscimmo dalla chiesa e tornammo in macchina. «Ora avremo modo di darci un’altra rinfrescata e renderci più presentabili al ricevimento», disse Giacomo. «Ah, questo senz’altro», ribatté Bartolo, che però ci lasciò di ghiaccio aggiungendo: «Ma non sarebbe opportuno pensare anche a riparare la ruota? Non si sa mai!». «Sarebbe una gran bella cosa», disse Giacomo, «ma faremmo tardi. Vediamo semmai se strada facendo incontriamo un gommista. Gli lasceremmo la ruota e la prenderemmo al ritorno». Ottima soluzione, convenimmo.

Il ricevimento era in un locale fuori Palermo. Di gommista strada facendo ne incrociammo uno, ma vedemmo l’insegna troppo tardi e il traffico, che era molto intenso, non ci permise di approfittarne. Appena fuori dalla città una provvidenziale fontanella ci consentì di darci un’aggiustata e di renderci più presentabili per il ricevimento. Tutto andò bene e alla festa la nostra piccola, grande disavventura, raccontata peraltro a Nonuccio quando si avvicinò al nostro tavolo, fece maliziosamente sorridere anche Enzo e Giovanni. Ma presto dimenticammo e le ore passarono tranquille tra una portata e l’altra e tra molti brindisi. A festa ultimata, insomma, nessuno di noi pensava più alla gomma. Nel tardo pomeriggio augurammo a Nonuccio e consorte tanta felicità e tornammo in macchina per fare ritorno a casa. «Ora non avremo più problemi», disse Giacomo salendo e togliendosi la giacca. Noi annuimmo e facemmo altrettanto. Bartolo, però, ci ricondusse, spietato, immediatamente alla realtà: «Peccato», disse; «potevamo seguire Enzo e Giovanni e tornare con loro. Non dimenticate che ci manca la ruota di scorta e sarebbe stato bene fare la strada tutti assieme». In realtà aveva ragione; ma Enzo e Giovanni, dovendo tornare a Trapani più presto, erano andati via qualche ora prima di noi. «Pazienza», disse Giacomo; «voglio sperare che non succederà niente». E via. Certo non eravamo molto tranquilli, ma cammin facendo non ci pensammo più. In macchina discutevamo di tante cose e, fra l’altro, io feci notare che il caldo non era più asfissiante come in mattinata tanto che – senza accorgercene – neppure avevamo pensato si toglierci la cravatta. Così attraversammo Palermo, dovendo superare la solita scocciante marea di traffico, tanto che, pur avendo ancora tanta strada da percorrere, usciti dalla città ci sembrava di essere quasi a casa. Ma, purtroppo, prima di tornare a Trapani di ore ne dovevano passare, e tante! A Cinisi, infatti, un nuovo guaio era in agguato. «Entro le 19», disse Bartolo guardando l’orologio, «saremo a casa». Non aveva ancora finito che sentimmo uno strano rumore, e soprattutto Giacomo commentare quanto aveva finito di dire Bartolo con un’altra delle sue solite eloquentissime frasi. La macchina aveva rallentato di colpo. Giacomo accostò a destra; scendemmo. [?]

Non ci rimaneva altro da fare che tornare in treno. La stazione di Cinisi era infatti vicinissima. Appena arrivati c’informammo: «A che ora il treno per Trapani?». Quello ci squadrò per bene – tutti in nero, giacca e cravatta (da dove verranno mai, avrà pensato tra sé) –, guardò stranito l’orologio e ci disse: «Fra mezz’ora». «Bene», commentammo; «per fortuna, non dovremo attendere molto». Il guaio è che saremo a Trapani molto più tardi del previsto, a parte quello che c’è capitato. Pazienza comunque. A questo punto mi feci avanti io. «Visto che ci vuole ancora un po’», dissi, «e dato che siamo vicini alla strada provinciale, perché non tentare di trovare un passaggio? Potrebbe passare qualche amico, magari un conoscente ed allora sarebbe una fortuna». Buona idea, convennero Giacomo e Bartolo. «Aspettando l’arrivo del treno, ci servirà anche per ingannare l’attesa. È un tentativo. Vediamo». Di macchine ne passarono moltissime, ma un solo conoscente, del quale però ci accorgemmo in ritardo, senza potergli fare quindi nessun cenno. Peccato, commentavamo, mentre arrivava una bianchina al cui volante era un anziano signore. «Guardate», diceva frattanto Giacomo, «possiamo anche tentare con gente che non conosciamo». Per istinto allora io, mentre passava la bianchina, la cui andatura era per la verità molto lenta, alzai il pollice chiedendogli praticamente il passaggio. Quello da dentro la vettura ci guardò, come chi pensava «ma che ci stanno a fare qui questi così conciati?» e tirò dritto. Facemmo altri tentativi; ma niente.

 
***

All’arrivo del treno mancavano ormai pochi minuti. Sbrighiamoci, disse Giacomo, altrimenti perderemo anche il treno. Un ultimo tentativo, risposi, aspettiamo altre tre macchine e se va a vuoto andiamo via. Solito pollice: niente da fare con la prima, niente da fare con la seconda, ma la terza si fermò una ventina di metri più avanti. Quasi non ci credevamo. È fatta, dissi raggiante. Una rapida corsa e tutti dentro. Grazie. Per carità. E via. Era un continentale. Dove andate? A Trapani. Peccato, rispose, io arrivo fino ad Alcamo Marina. Restammo come annichiliti. Quello se ne accorse. Se volete vi riaccompagno e prendete il treno, ma ad Alcamo Marina vi sarà molto più facile trovare un altro passaggio fino a Trapani. Ne convenimmo; e cominciammo, rasserenati, a parlare del più e del meno. Andava molto veloce. Io vi posso lasciare qua. Sono arrivato, disse una volta ad Alcamo Marina, ma coraggio, ora non avrete grossi problemi; è tempo di villeggiatura e troverete presto qualcuno che vi lascerà a Trapani. Ringraziammo e scendemmo. Eravamo di nuovo in strada, giacca e cravatta. Passavano tante macchine e ci rincuorammo; passerà anche uno che conosciamo. Ma che! Dopo qualche minuto decidemmo di andare intanto più avanti. Ogni tanto ci fermavamo e mettevamo in azione i nostri pollici. Fu proprio durante una di queste operazioni che arrivò la bianchina che avevamo visto a Cinisi. «Oh guardate, c’è il vecchio con la bianchina. Speriamo che si muova a pietà». Ma che fai, con quello arriveremo domattina. Lascia perdere. Quello non si sarebbe fermato ugualmente. Ne ebbi la certezza quando passò proprio davanti a noi. Mica guardava il nostro pollice, quello! Ci squadrò stropicciandosi gli occhi e tirò dritto, non senza voltarsi per guardarci ancora come se non fosse tanto convinto. Ma cos’ha da guardare questo rimbambito! disse vistosamente scocciato Giacomo. Sul momento non capimmo. Ma presto finì a risate, perché ci rendemmo conto che quel vecchio ci guardava stranito per il semplicissimo motivo che ci aveva visti a Cinisi chiedere un passaggio e ora ci rivedeva, conciati così com’eravamo, ad Alcamo Marina, sempre in cerca di passaggio. Ma saranno gli stessi – avrà pensato – o si tratta di un abbaglio? In preda a questo dilemma altro che pensare di darci un passaggio! Le risate però finirono presto. Eravamo ancora in cerca di un’anima pietosa. La realtà nuda e cruda rimaneva purtroppo questa. Qui niente treno, e tornammo ad azionare i nostri pollici, finché finalmente si fermò un signore e c’invitò a salire sulla sua macchina, cosa che naturalmente facemmo di volata. Una volta dentro e ripartiti, purtroppo, un’altra amara sorpresa. Io arrivo fino a Castellammare. Ci guardammo. Pazienza! Ma da lì – male che vi vada – potreste tentare poi col treno. D’accordo. Ma a Castellammare eravamo di nuovo a piedi. Prima di tutto un bel caffè al bar, dove telefonammo a casa per rassicurare i nostri, annunciando che saremmo arrivati in ritardo e invitandoli a non stare in pensiero. Poi c’informammo delle possibilità di prendere il treno. Se ne parlerà – fu la risposta – fra [?]. Allora uscimmo dal bar a prendere una boccata d’aria. La stazione non era vicina. Ce la facemmo indicare. Ma nel frattempo, visto che manca ancora [?], dissi, possiamo ritentare. Giacomo e Bartolo mi guardarono malamente per ovvi motivi, visti i precedenti. Ma ormai era giornata segnata e ci aveva un po’ presi il gusto dell’avventura, da vivere come tale fino in fondo. Vediamo, convenimmo, come andrà a finire. Così tornammo a chiedere un passaggio. Di macchine molte, ma niente da fare. Stavamo tornando a valutare la più coscienziosa possibilità di andare alla stazione per affidarci al treno, quando Bartolo vide spuntare la famosa bianchina. «Guardate chi arriva», disse felice. Ora ci facciamo quattro risate. Ci mettemmo subito in fila, pollice in azione per attirare maggiormente l’attenzione del vecchio, dal momento che ormai s’era fatta sera piena. Quello quando ci fu vicino quasi si fermò per la meraviglia. Indubbiamente non credeva ai suoi occhi. Possibile? avrà pensato fra sé. Si stropicciò nuovamente gli occhi tornò a guardarci e tirò dritto. Almeno si fosse fermato per chiederci se eravamo gli stessi di Cinisi e Castellammare! Niente! Ma non poteva essere altrimenti e tornammo a sbellicarci dalle risa. Per poco però. La realtà era sempre meno edificante, amara, diciamo pure.

 

Qui s'interrompe la cronaca di questo viaggio, le cui sorti affidiamo alla fantasia del lettore...