A PIA CONTICELLO

(da "PIA CONTICELLO. UNA DONNA DEL '900 CHE SI E' DISTINTA NEL TRAPANESE", terza parte, p. 74)

 

Parlava, parlava...

E mi piaceva ascoltarla.

Oh come mi piaceva!

 

Ma ero preso dal suo sguardo

e ho dimenticato le sue parole.

 

Ecco, il suo sguardo.

 

Non potrò mai dimenticare il suo sguardo,

l’avrò sempre nel mio cuore.

 

Era un regalo prezioso il suo sguardo.

 

Brillavano i suoi occhi.

Mi davano la luce della serenità.

 

Brillavano i suoi occhi.

E vi leggevo la felicità.

Ma una felicità diversa.

 

Così, rapito dalla luce dei suoi occhi,

provavo a immaginare il Paradiso.

 

***

 
NEL SILENZIO DELLA TUA VOCE

 

Forse nel silenzio della tua voce

che, lento, il pianto pare che si arrotoli,

attorno al canto della mia memoria.

Non è da tanto che l’ombra viva

si è spenta in questo rotolo di tempo,

non è neppure un giro della terra,

neppure un volo pigro di farfalla;

è già l’attesa, spinta da premure,

l’attesa unta da lampi di sussurri,

l’attesa attesa, rivolta all’uomo stanco,

si pone ad inventare e a rinnegare.

Non è neppure abile quest’umile pensiero,

che si rifugia nell’ira di quest’anima,

per scorgere cogli occhi, tra le stelle,

l’ultimo viaggio di un amico degno.

 

17/12/2007

 

***

 
LA MIA COLOMBAIA

Già trent'anni fa sentivo di gente
che andava in lacrime
...riscoprendo la Colombaia.
Oh, la cara Colombaia!
Io non piangevo.
Mi struggevo nel ricordo.

Chiudevo gli occhi
e rivedevo papà mio
portarmi a Turrignì,
a Villa Nasi, al Lazzaretto,
al Ronciglio, certe volte a Raganzili,
sì a Raganzili (che meraviglia da lassù!),
e soprattutto al Porto
(oh il caro vecchio Molo del Porto!).
Si fermava, portava la mano alla fronte
proteggendosi dal sole
e mi colpiva il suo sguardo estasiato,
ma non per il tramonto,
che pure era bellissimo!
Rimirava la Colombaia.
Mi portava in braccio
e m'invitava a guardare.
A lungo, sempre più a lungo,
rapito dallo spettacolo
mentre anch'io m'inebriavo
assaporando l'amato odore del nostro mare.
Non parlava papà mio, non parlava,
ma parlavano i suoi occhi.
Guardava orgoglioso
quell'isolotto che protegge Trapani
e infine mi parlava di Cinque Torri,
di Castello di Terra e di Castello di Mare.
Ma non capivo.
Guardavo e ascoltavo,
ma non capivo.

Ora guardo, ascolto
e piango.

 
Per Aldo Moro: IL GIORNO DOPO, 10 maggio '78

Com’è triste la prima sera

del dopo Moro,

com’è grigia la sera!

Appena ieri mattina

era ancora speranza di vita,

speranza che si confondeva

nell’ansia, l’ultima.

Poi non più fremiti,

ma uno squarcio,

tremendo, macabro.

Ora come non mai,

tra sguardi attoniti,

quest’alito di morte

promuove

prepotenti aneliti

di libertà.

A riproporli

è una tragedia che,

oggi reale e spietata,

scuote questa repubblica

punge questa democrazia,

e la costringe a specchiarvisi,

per non barcollare,

ma per ritrovare

piuttosto i suoi ideali,

ed imporli.

 
STASERA, ALLA FERMATA DELL'AUTOBUS


Stasera, alla fermata dell’autobus,

ho incontrato un vecchio.

M’ha chiesto, impaziente, l’ora;

poi ha cominciato a parlare.

Ne ha dette tante,

ma non gli ho dato ascolto.

Pensavo ad altro e, sinceramente, mi seccava.

Ad una sola cosa ho prestato attenzione:

il vecchio, ad un certo punto,

m’ha chiesto con insistenza:

una sola cosa è facile a questo mondo.

Sa cos’è? A questo punto m’ha incuriosito.

Non so proprio, gli ho detto.

E lui ha risposto: sbagliare.

Ci sto pensando ancora.

 
“Batte il cuore in Vetta”, da “Entello tra mito e storia”, 2007:

 

Il pallone non si vede:

è alta l’erba al “San Nicola”!

 

È verde e tanto bella l’erba

quando, lieve, si piega al vento;

ma sta sfogliando il libro dei ricordi,

e si fa triste, perché il pallone non si vede.

 

Eppure batte il cuore in Vetta,

oh, come batte!

 

Forza ragazzi, dove siete?

Tornate a casa, venite,

corriamo per la nostra squadra!

 

Perché guardate increduli?

Sì, abbiamo la nostra squadra!

Si chiama Entello, quello dell’Eneide.

Entello, Entello, gridiamolo al mondo!

 

Da oggi, non più girovaghi,

siamo a casa nostra

e giochiamo, corriamo, per Erice.

 
***

Al “San Nicola”, rimesso a nuovo,

non ci sarà più quell’erba alta:

ha finito di sfogliare il libro dei ricordi!

 

Ma troveranno il sudore per la tua Erice

e quella scala che scenderai sognando sfracelli

e che poi risalirai, talvolta con tanta mestizia,

ma sempre anche con la gioia nel cuore.

 

Eh, sì, batte il cuore in Vetta,

oh, come batte!

 

È calata la nebbia.

Lento, s’ode un rintocco.

Erice non si ferma,

medita e si rivolta.

Erice chiama Entello.

Sì!

Batte il cuore in Vetta!

 

 
Franco Auci pubblicò una sola raccolta di poesie,

La mia corsa, del 2006.

Le tracce di due testi inclusi in quella raccolta ci guidano fino agli anni '70: "Dove sei?" vinse nel '75 il terzo premio in un concorso poetico del Circolo ericino "La Vetta"; e "Natale" fu segnalata due anni dopo al IV premio di poesia inedita "Sicilia '70" dell'Associazione Siciliana di Lettere e Arti di Palermo.

Qui potete leggere altri versi, alcuni rimasti inediti fino alla morte e in parte pubblicati postumi dalla rivista "Extra". Come questa poesia, quasi invettiva e lamento, invocazione e preghiera, scritta tre giorni dopo l'assassinio di Mauro Rostagno:

In morte di M. R.                                          

29/9/88

 

Ma proprio non c’è nessun’onda che scuota l’abisso?

A chi consegneremo i nostri sogni disperati?

Fino a quando questa nostra terra dovrà soffrire?

Invisibile nemico d’ogni nostra speranza,

A Dio soltanto sarai chiamato a rendere conto?

 
LA POESIA "RICORDI...",

con una breve presentazione, fu pubblicata da Franco Auci nel 2005, in un numero del periodico “Per non dimenticare” dedicato ai “Campionati studenteschi di corsa campestre e di atletica leggera dal 1951 al 1966”:

 

Sfogliare le pagine del libretto nel quale sono stati trascritti i risultati degli studenteschi di corsa campestre e di atletica leggera dal 1951 al 1966 per me è stato un bel tuffo nei ricordi giovanili. I fotogrammi delle ultime edizioni che ebbi la fortuna di seguire nell’impianto di Via Spalti e di quelle che poi tanto mi appassionarono nel nuovo Campo Scuola mi hanno ispirato questi versi. Mi auguro di essere riuscito, almeno in parte, a interpretare i sentimenti dei protagonisti dei campionati, di quanti, in ogni caso, all’atletica hanno dedicato una parte importante della loro gioventù.

 
RICORDI...

Ricordi quell’odore di carbonella,

quegli insetti fastidiosi? 

E poi quella terra rossa,

quel profumo d’erba, quell’aria pura? 

Ricordi quei giri che, ormai automa,

non conti più?

E quei tentativi che, uno dopo l’altro,

compi nel silenzio,

solo con te stesso? 

Senti il cuore che scoppia

nell’ultima volata;

ansimante, rivedi quell’ostacolo

che, beffardo, ti manda per le terre;

rivedi quel salto nullo

dopo il volo della vita;

l’asticella seguirti sulla sabbia;

l’attrezzo che ti sfugge indisponente;

quel testimone che non t’arriva.

Rivedi il sudore che scende dalla fronte.

E vedi ombre, ombre, ombre,

ombre che volano verso un podio che non c’è.

 
***

Allora ti distendi sull’erba

e pensi, pensi, pensi,

sfogliando mille sacrifici.

Ma non demordi,

anzi riparti,

sempre solo con te stesso. 

E rivedi la volata sognata,

il salto sognato,

il lancio sognato,

il podio sognato,

l’abbraccio sognato,

la festa sognata. 

Ma ormai sono soltanto ombre,

ombre che volano,

che volano nella notte,

nella notte dei ricordi.

Eppure il sudore versato

su quelle piste, su quelle pedane,

quelle gioie, quelle delusioni,

ti hanno forgiato

alle prove della vita.

E ne vai fiero.

 
Li me anni

Pensu a quann’era nicu.

Quannu me patri e me matri

s’innianu a passiari a Loggia

e m’accattavanu u cannolu,

e quannu di staciuni

s’innianu a passiari a Marina

e mi purtavanu a Giostra.

Mi piacia fari u giru no treninu

e poi a cchiacchia e poi u popò.

E poi s’innianu o chalet

e s’assittavamu

e purtavanu u giardinettu.

E pensu, pensu,

pensu e picciotti

chi facianu i capuzzuna o molu

o quannu pigghiavamu a varca

pi ghiri o Rincigghiu,

o quannu s’inniamu a Turrigny,

o e tri scogghi

o u capuzzunaru,

E pensu, pensu.

Pensu quannu me matri e me patri

mi purtavanu a fera,

in Via Mancina,

e mi piacianu u tammuru, a pistola, u sunettu.

Oh, u sunettu!

Unn’u lassava cchiù,

finu a quannu si rapiano i scoli.

 
***

Oh, a scola!

Santu Dominicu,

acchianata di San Nicola,

u zu Cicciu chi graffi,

o chi genovesi, o chi tunisini.

Ch’eranu duci!

E pensu all’Orfane, e Scaluna,

e Setti Dulura.

Quantu picciriddi

chi facianu acchiana e scinni.

E libra e quaderni pir aria!

Tuttu l’iornu, o quasi!

Picchì tri turni c’eranu:

di l’ottu e mezza all’unnici e mezza,

di l’unnici e mezza e due e mezza

e di due e mezza e cincu e mezza.

Iò era di matina

e campava nurmali.

Ma l’autri?

U manciari, u sturiari, u iucari

eranu tutta n’autra cosa!

E pensu

quannu iucavamu o strummalu,

ammucciari, o trio o tri,

a bannera, a tririticchiti,

a lampiari, o fossettu, o quadrettu

e quannu faciamu u giru d’Italia.

E ora? Taliu e picciotti e tornu a pinsari. 

 
Pa quinnicina da Maronna Trapani

 

E comu?

Veni a Maronna e 'un trasi?

Lassi a to mogghi

e arresti rintra a machina, o friscu?

Picchì 'un trasi?

Trasi, valla a taliari a Marunnuzza nostra,

E viri chi t’arrichia l’anima!

 

 
’Sti Testi vennu d’in Cielu

 

Chiossai talìu a Madonna Trapani

e chiossai mi convinciu

chi ’sti Testi vennu d’in Cielu.

Surridi a Madonna e surridi so Figghiu.

Ma sunnu surrisi celesti,

surrisi chi ni dicinu qual è a spiranza!

 

 
Surridinu Matri e Figghiu

Sugnu e pedi da Madonna Trapani

e mi talìa a Madunnuzza mia!

Mi talìa c’un surrisu chi rapi u cori

e mi fa letu e sirenu.

Ma no, un talìa sulu a mia

a Madunnuzza mia!

A tutti chiddi chi su e so peri sta taliannu!

Ma comu? Iò, sempri cunvintu

ch’u surrisu fussi pi so Figghiu,

un mi nn'avia addunatu mai

ch’inveci taliava a niautri?

L’ha già taliatu a So Figghiu

e lu So sguardu si posa supra l’umanità

e surridi a Madunnuzza nostra

picchì So Figghiu vinni pi sarvarla.

E u Figghiu, cuntentu, surridi a So Matri

pirchì L’aiuta a sarvari l’umanità.

Pi chistu vinni

e pi chistu surridinu Matri e Figghiu!

Ma u Figghiu già La taliau a So Matri

e ora li So occhi sunnu pi lu Cielu.

Ed è felici taliannu a So Patri!

Bedda, bedda, bedda!

Ma chista unn’è manu di omu,

chista è manu di Diu!

 
Prea a mezza luna

 

Si va curca a mezza luna,

si va curca chi so pinseri,

chi un sunnu i me pinseri.

I so pinseri su autri,

picchì talìa ca sutta e s’incupisci.

Allura quannu si va curca

talìa dda supra e prea,

ca spiranza ch’agghiurnannu

i so occhi putissiru taliari n’autru munnu!

 

 
A nott’i San Lorenzu

 

A nott’i San Lorenzu

addumamu un gran falò;

accussì ci dicemu

ê spiriti maligni:

itivinni, sciò, sciò, sciò!

Mentri s’ardi a ligna,

s’aisanu i faiddi e volanu,

volanu di cà e di ddà,

comu s’un sapissiru unn’iri.

E spariscinu.

Allura autri ni vennu:

centu, milli,

milli e milli!

Itivinni, spiriti maligni:

itivinni, sciò, sciò, sciò!

E lassatimi taliari u cielu chî so stiddi,

chi sunnu centu, milli,

milli e milli.

E si ni viu una chi cadi

s’allegra u cori e preu,

preu pi mia,

chi sugnu chiddu chi sugnu,

e preu pi stu munnu.

Preu chi putissi canciari.

’Nmegghiu!

 
Caminari equilibratu

 

S’incazzava l’amicu meu

quannu mi viria purtari

un saccu di spisa n’on saccu sulu.

E mi dicia: ’Unn u viri chi camini tortu?

Na du sacchi a spisa l’â purtari

e accussì camini equilibratu.

E, dannucci a ncasata, ripitia:

Ti raccumannu,

equilibratu â caminari!

E allura capia

chi partennu dâ spisa,

leggiu leggiu,

senza chi paria,

mi dava lizioni di vita.

 

 
'U piattu d'u sdilliniu

Un menu poetico allegro e scanzonato: grande abbuffata alla siciliana... 

St'ionnu c'è tunnina, ed eccu lu piattu di li piatta!

St'ionnu mi mangiu un gran piattu di pasta ch'i fasoli

e a ciancu fussi bonu aviri cicireddu fittu

Ma si pisci 'un ci nn'è, patati fitti accumpagnari

 

St'ionnu mi mangiu un beddu piattu di pasta ch'i favi

cu quattru pezzi di baccalà fittu accumpagnari

 

St'ionnu mi mangiu un gran piattu di gnocculi a stufatu

c'a sasizza, c'a pancetta e c'u capuliatu sciotu

 

St'ionnu tocca o cuscusu ch'i brocculi e carni porcu

 

E st'ionnu o piattu d'u sdilliniu, u cuscusu ch'i pisci,

ma - mi raccumannu - vogghiu tanti lumuna a ciancu

 

 
...Poi una dieta purificante, leggera e delicata, a base di frutta:

 

A matina lumuni cunzatu

e a sira salamureci 

 

A matina ceusi,

a mezziornu

miluni di tavula

c'u pani di casa

e poi na pessica

e a sira

tri piccoca e tri cirasi

 

 
'Na duminica Cicciu...

In questi versi senza titolo né data, forse degli ultimi anni, Franco racconta di sé in siciliano e in terza persona: 'u zu Cicciu affamato, senza un tozzo di pane in casa, di domenica se ne va randagio per i vicoli, annusando i sontuosi profumi dalle cucine del giorno di festa, come per contrappasso al più nobile "peccato" di tutta la sua vita, la gola. 

 

 
'Na duminica Cicciu s'arruspigghiau, si lavau

e prima d’iri â Missa rapiu ’u stipu,

ma ’un c’era nenti, mancu un tozzu di pani

o macari un pezzu di calletta.

Suspirau e si nni sciu

e ghiennu nchiesa pinsau: pensa Diu!

Quannu finiu ’a Missa

pinsau arrè a soccu avia a manciari,

vistu chi ’u stipu era vacanti.

Ma addiunu ’un ci arrestu, cunchiuriu.

E ghiu versu ’a trattoria.

’Sta trattoria avia a ciancu du’ signuri

chi cucinavanu di Diu.

Infatti sbummicava un ciauru

ch’era ’a fini ’u munnu.

Iddu, pi capiri,

facennulu comu si nenti fussi,

passau dui, tri voti.

E capiu chi ’na signura

stava cucinannu ’u stufatu,

ch’avia a essiri di carni porcu,

mentri l’autra avia fattu ’i gnocculi

e poi l’agghia pistata

e ora stava friennu ’i pisci.

A ’stu puntu Cicciu

si firmau un pocu davanti ’a trattoria,

dunni vinia fora cocchi cosa di sdilliniu.

E pinsau ch’avia a essiri aggrassatu

e chi ci avissi piaciutu calaricci un beddu piattu pasta

e poi, nô broru ch’arristava, abbagnaricci ’u panuzzu.

Allura chiudia l'occhi, rispirava e si inchia 'a panza di ciauru!

 
A musca cavaddina

L'ironico epilogo di questa poesia e' rimasto in prosa...

 

Carricu era u zu Cicciu

quannu sciu d'a putia.

P'a strata si nn'ia araciu:

unnici sacchi avia!

D'un latu milinciani,

patati, puma, pira,

e a ciancu pur un cani

ch'avia a ciarari a gira!

E di l'autru a nzalata,

i bifari, i cirasi,

u pumaroru e i ceusi.

Ia, ia lentu u zu Cicciu,

ma era longa a strata

e ci piacia iri araciu

pur pinsannu a na fata

chi l'avissi aiutatu

finu arrivari ncasa.

'Un l'avissi pinsatu,

povira facci rasa!

Na musca cavaddina

si ci pusau no nasu.

Allura mossi a testa,

ma a musca era arre' dda'!

Si vutava e c'ia n'aricchia,

si vutava e c'ia no mussu,

si vutava e c'ia na l'occhi.

Pinsau: si fussi nuru

sta musca m'issi nculu!

Comu a fari, matri mia!

Oddiu pinsari di lassari i sacchi

e cacciari a musca.

Ncasa avia arrivari.

Acchianava li scali

ma a musca era sempri dda'!

E iddu fermu: ormai e' fatta!

Na pirata alla porta

comu si tuppuliassi.

Fu finalmenti dintra,

potti pusari i sacchi

e accussi' arrivari

a la vinnitta.

A musca era sempri dda'

ma 'un pinsau a caccialla

ch'i manu picchi' la punizioni avia a essiri d'esempiu. Curriu versu a balata d'a cucina ch'era na speci di cippu pi la carni e dda' c'era un vecchiu maruni di chita. Appena ti posi n'a balata t'ammazzu. Ma n'a balata a musca 'un c'ia. Nfrunti l'avia e 'un si muvia. Allura c'u sangu all'occhi affirrau lu maruni e dissi "ferma" e cafuddau cu tutti li so sensi!