Piccola "rassegna stampa" e, a seguire, testimonianze di chi lo ha conosciuto...
 
L'ULTIMO ASTERISCO, di FRANCO AUCI, EXTRA, aprile 2009
 
UN INDOMABILE SOGNATORE, di GIANNI VENTO, EXTRA, aprile 2009
 
DA FRANCO A FRANCO, UN PERCORSO DI VITA COMUNE, di FRANCO CAMMARASANA, EXTRA, aprile 2009
 
ORGOGLIO E DIGNITA', di FRANCESCO RINAUDO, EXTRA, aprile 2009
 
IL RICORDO STRUGGENTE DI CHI LO AMERA' PER SEMPRE, di NICOLA RINAUDO, EXTRA, aprile 2009
 
FACCIAMOLO CONOSCERE AI GIOVANI, di GIUSEPPE CASSISA, EXTRA, aprile 2009
 
RACCONTACI UNA FAVOLA, FRANCO, di NICOLA RINAUDO, EXTRA, aprile 2009
 
'NA DUMINICA CICCIU, di FRANCO AUCI, EXTRA, aprile 2009
 
MA CU SUNNU CHISTI? CHI CUMMINARU?, di NICOLA RINAUDO, Forza Trapani, marzo 2010
 
POETA MAI BANALE, EXTRA n. 68, marzo-aprile 2010
 
PATRIMONIO DI MEMORIA, di FRANCESCO RINAUDO, EXTRA n. 68, marzo-aprile 2010
 
PER TUTTA LA VITA, di NICOLA RINAUDO, EXTRA n. 68, marzo-aprile 2010
 
SPECCHIO DEL NOSTRO FUTURO, di FRANCESCO RINAUDO, Extra n. 69, maggio-giugno 2010
 
I 50 ANNI DEL "PROVINCIALE", di FRANCESCO RINAUDO, "EXTRA" n. 71, settembre - ottobre 2010
 
I 50 ANNI DEL PROVINCIALE: UNA FAVOLA MODERNA, di NICOLA RINAUDO, EXTRA ottobre-novembre 2010, ed. straordinaria
 
I 50 ANNI DEL PROVINCIALE: APOTEOSI, di FRANCO AUCI (1972), EXTRA ottobre-novembre 2010
 
I 50 ANNI DEL PROVINCIALE: SEQUESTRATO L'INCASSO, di FRANCO AUCI (1977), EXTRA ottobre-novembre 2010
 
I 50 ANNI DEL PROVINCIALE: FEBBRE... DA PROVINCIALE, di GIUSEPPE CASSISA, EXTRA ottobre-novembre 2010
 
UN COMPLEANNO AMARO, di NICOLA RINAUDO, Forza Trapani, novembre 2010
 
LETTERINA A BABBO NATALE, di FRANCO AUCI, da EXTRA, dicembre 2010
 
ZUCCHINALI E IL TRAPANI, UNA LUNGA STORIA D'AMORE, di NICOLA RINAUDO, da EXTRA, dicembre 2010
 
A FRANCO AUCI IL "DISCOBOLO D'ORO", di FRANCESCO RINAUDO, da EXTRA n. 74, gennaio-febbraio 2011
 
MEMORIA STORICA... A PROVA DI BOMBA, di FRANCESCO RINAUDO, EXTRA n. 75, marzo-aprile 2011
 
"QUELLI DEL COPIA E INCOLLA", di NICOLA RINAUDO, da EXTRA n. 76, maggio-giugno 2011
 
"QUEL CUORE GRANATA CHE BATTE DA 100 ANNI", di FRANCESCO RINAUDO (per la pubblicazione della prima parte della "Storia del Trapani"), da EXTRA, maggio-giugno 2005
 
"FRANCO AUCI, LA STORIA DEL TRAPANI - SECONDA PARTE", di FRANCESCO RINAUDO, da EXTRA, gennaio-febbraio 2007
 
RIDATECI LA CITTA', di NICOLA RINAUDO, da EXTRA n. 78, settembre-ottobre 2011
 
ANCILOTTI E IL TRAPANI, UN IDILLIO SENZA FINE, di NICOLA RINAUDO, da EXTRA n. 79, novembre-dicembre 2011

 

 
Una lettera di Gennaro Conte, nipote di Pia Conticello ed autore della sua biografia, pubblicata a cura di Franco Auci

 

Vi ringrazio molto per aver pubblicato la biografia di Pia Conticello sul sito dedicato al vostro illustre familiare, Franco, che ne curò con grande amore la pubblicazione.

Di Franco, pur avendolo frequentato poco, conservo un ricordo bello ed indelebile: la Sua personalità era avvincente, ma non invadente, testimoniava con semplicità ma con determinazione i veri e i grandi valori della vita: l’Amicizia, la Lealtà, l’Etica, la Morale, la Fede, l’appartenenza alla comunità trapanese, che viveva con naturalezza ma fino in fondo, in maniera radicale.

Ricordo con quale entusiasmo accolse l’invito a curare la biografia di mia zia, Pia Conticello, in occasione del 50° della fondazione dell’Oratorio-asilo, da Lei voluto e dedicato alla Madonnina delle Lacrime”. Egli mi disse di essere felice di quest’iniziativa presa dal CIF di Trapani, allora diretto da Carmela Piazza, per ricordare una “Donna del ’900 che si è distinta nel Trapanese”, anche perché, da giovane, l’aveva conosciuta e frequentata ed era restato affascinato dalla personalità trascendente e dall’immensa spiritualità di Pia Conticello, che trasparivano dai suoi occhi, dal suo penetrante sguardo. Sensazioni che Franco esprime con acuta perspicacia nella sua poesia “A Pia Conticello”. La sua entusiastica e disinteressata collaborazione fu determinante nel comporre la biografia di Pia Conticello, grazie alla Sua grande professionalità, alle sue conoscenze, per l’inserimento del testo e delle fotografie, per interpellare le persone che avrebbero potuto dare spunti e suggerimenti per arricchire la pubblicazione. Lavorammo sodo per ricercare la documentazione, per scrivere il testo, per correggere le bozze, per catalogare le fotografie ed inserirvi le didascalie. In meno di un mese, grazie a Franco ed alla tipografia Cosentino, il libro fu pronto per essere distribuito in occasione della manifestazione pubblica per il 50° anniversario della fondazione dell’Opera Religiosa ed Educativa, voluta e realizzata da Pia Conticello, il 5 dicembre 2004.

In quella circostanza ho potuto apprezzare in Franco le Sue grandi doti di serenità, di grande professionalità, di puntualità, di intransigenza professionale, di saggio consigliere, nel portare avanti l’impegno di curatore della biografia di Pia Conticello.

Ho apprezzato le volte che mi spronava ad approfondire le ricerche su zia Pia o quando mi faceva notare, sempre con molto garbo, di non aver rivisto e corretto alcune bozze: in questo era scrupolosissimo!

 
***

Ho apprezzato in Lui l’amore immenso che nutriva non solo per lo Sport e gli atleti, ma per tutti gli ambiti, culturale, sociale, scolastico, giovanile, del territorio trapanese e per le singole persone, che riteneva degne di stima, che portava sempre nel Suo grande cuore e nella Sua intelligenza, tanto da valorizzare il loro vissuto, dedicando loro pubblicazioni, versi, racconti, immagini fotografiche, ecc.

Ho apprezzato ed ammirato il coraggio con cui testimoniava la Sua Fede di cristiano, quando pubblicamente si segnava con il segno di Croce, ogni qualvolta incrociava un luogo Sacro o a conclusione di un lavoro. Non era bigottismo, ma in Lui albergava una profonda spiritualità  religiosa  vissuta in concreto.

Ho apprezzato ed ammirato Franco per il culto che aveva per i Defunti. Quante volte lo incrociavo mentre usciva dal Cimitero ed ero felice ed onorato di poterGli offrire un passaggio con la mia auto per rientrare a casa, che Egli inizialmente non voleva accettare, “per non disturbare”!

Non si finirebbe mai di scrivere delle esemplari testimonianze di Franco, persona mite e determinata, sensibile e coraggiosa, leale e sincera, laboriosa e disinteressata, amante del proprio territorio e della sua gente, piena di grande umanità, che ha voluto e saputo spendere, con grande intelligenza, per informare e formare intere generazioni di trapanesi e non solo, nel conoscere, capire ed amare lo sport, ma anche la propria Città e i tanti che hanno fatto la storia di Trapani, anche quella fatta dai semplici, che credo Franco amasse molto.

Il Vostro Franco mi ha segnato con il Suo stile di Vita e la Sua Amicizia.

Vivissime cordialità.

Trapani, 5 novembre 2011, Gennaro Conte

N.B. Franco era puntuale, anzi puntualissimo! Almeno con me: ricordo che tutte le volte che passavo da casa Sua, per andare in tipografia o per altri impegni in comune, e suonavo il campanello, Egli scendeva all’istante. Mi spiace smentire, in proposito, la gentile Sorella Ina.

 

 
Cinquantesima assemblea nazionale dei Veterani dello Sport

A Taormina, nel maggio del 2011, il presidente dell'UNVS trapanese Francesco Maiorana ha ricordato il socio fondatore Franco Auci; c'erano, fra gli altri, Martino Di Simo, membro effettivo del collegio nazionale dei probiviri, e i delegati regionali della Sicilia Pietro Risuglia e Nino Maranzano. Un grazie, ancora una volta, a loro, al presidente nazionale Gian Paolo Bertoni e a quanti continuano a ricordare Franco.

***

 
LO ZIO FRANCO E 'U DAZZIU, di Mariangela Cavasino

Mariangela, nipote di Franco, vive a Mestre.

Sono appena tornata da Trapani. Sono trascorsi due anni dalla morte dello zio Franco e gli amici hanno organizzato un bel “memorial”: è così che ormai si chiama la commemorazione di un caro defunto.

È da tempo che voglio scrivere dello zio, tanti ricordi si accavallano nella mente, perché lui per me era “particolare”.

Quando, a scuola, la mia maestra Enza Cassisa ci assegnò un tema intitolato «Parla della tua famiglia e della casa in cui vivete», sinceramente non sapevo cosa scrivere: tutti i miei compagni vivevano con mamma, papà ed eventuali fratelli o sorelle, io invece vivevo con mamma, papà, fratello, nonna e zio!

Non nego che la cosa mi suscitasse qualche lievissima perplessità: probabilmente anche da piccoli, se immersi in un ambiente come una piccola scuola elementare di paese (la mia era a Xitta, negli anni ’80), abbiamo un certo timore dell’inconsueto. Me ne rendo conto adesso che sono diventata insegnante e posso vedere la differenza con i bambini di oggi, abituati alle “diversità” e ad accettarle senza troppi problemi; solo i grandi, purtroppo, continuano spesso a non comprendere che dalle cose insolite, fuori della norma (incluse le forme di convivenza), si può sempre imparare tanto... Ma io allora percepivo la curiosità e la meraviglia dei miei compagni verso una famiglia non comune, forse ai loro occhi un po’ bizzarra: sembra contraddittorio, eppure dentro quella “casa grande” ci stavo benissimo, e desideravo più “intimità” solo quando avevo paura di essere giudicata dai miei coetanei. 

La mia era una famiglia grande, quasi come quelle di una volta, patriarcali o matriarcali che fossero, con nonni e magari bisnonni dentro la stessa casa... Era una “casa ’ranni”, come dice mio padre, e mi piaceva.

Solo adesso mi manca, perché vivo lontano e sono diventata grande e mi rammarico sempre del tempo perduto, e mi mancano le persone che non ho più accanto.

Questa è la vita, così dicono i grandi, e... «chissa è ’a vita, Mariangela mia», così diceva lo zio Franco. E ne diceva tante altre, e a noi nipoti (a me e Rino) raccontava della sua Trapani, della sua gente. Quando lo ascoltavo, avevo l’impressione che si tuffasse nel suo passato rimpiangendolo: soffriva maledettamente per la rovina, ogni giorno più grave, della città; e concludeva molti suoi giudizi sul presente con espressioni per noi ormai quasi proverbiali, capaci da sole di rispecchiare il suo modo di essere: «Tutti ’mpatti sunnu!», «Un munnu di foddi c’è!».

A mio avviso, era troppo “meticoloso” quando raccontava del passato, e a volte io per prima, quand’ero più giovane, tendevo a perdermi, a distrarmi; ma come raccontava lui non raccontava nessuno.

 
***

Una volta io e Rino lo accompagnammo in macchina per un giretto di commissioni: tra le numerose tappe, c’era anche il Dazio (quel rione di Trapani lungo la via Fardella, più o meno dall’antica piazza Stovigliai – oggi Martiri d’Ungheria – fino a via Marsala, e che prese nome dall'ufficio di riscossione delle imposte sui beni in entrata o in uscita dalla città, il dazio appunto, situato all’incrocio con via Orti).

– Emu ô Dazziu – disse.

Gli chiesi con una certa strafottenza: – Zio, perché si chiama Dazio? Che cos’era? 

Ebbene, lui cominciò: – Mariangela mia, tu hâ sapiri ch’ê tempi d’a verra...

Io, ora assai rammaricata, lo fermai: – Zio no, non lo voglio sapere! Sei troppo lungarusu!

Per me aveva cominciato da troppo lontano...

Non volevo ascoltare, perché spesso da giovani siamo distratti verso le storie che ci raccontano i più grandi, siamo impegnati a pensare e fare altro.

Molto spesso lo zio parlava e raccontava il suo passato nella sua lingua, il siciliano: lo amava e lo preferiva all’italiano, amava le cose di una volta, il passato appunto, e mi sembrava quasi un nonno che racconta ai suoi nipoti le vecchie storie.

Quando venne a trovarmi a Mestre, sedendoci a tavola per il pranzo disse alla mia coinquilina polacca: – A favorire.

Io lo guardai sorridendo, perché la ragazza non aveva capito; glielo tradussi semplicemente con «buon appetito», cercando di spiegarle la sfumatura di quell’espressione, ma lui invece gliela spiegò senza parole, avvicinandole il piatto con un’occhiata eloquente, e scoppiammo tutti a ridere! Poi mi disse: – Mariangela, tutt’u munnu è paisi.

Ancora sorrido quando ripenso alla scena!

Immagino che privilegiasse il siciliano perché una volta, quand’era piccolo, si parlava esclusivamente in dialetto, e parlarlo adesso era per lui come tornare nel passato che amava, nei suoi ricordi che preferiva al presente, un presente distrutto proprio da noi, con le nostre stesse mani, secondo lui.

Anche i cibi che amava perdutamente erano un tuffo nei sapori di una volta, e ogni scusa era buona per rievocare i piatti della sua giovinezza.

Ogni giorno faceva la spesa e ogni giorno rientrava a casa carico di roba.

Poco dopo la sua scomparsa, ho sognato che da morto mi veniva incontro con due sacchi di spesa, dicendomi:  – Tieni, vi ho portato da mangiare, perché sono preoccupato per voi.

aprile 2011

 
UNA LETTERA DI ARISTIDE ZUCCHINALI...

 
...DA BERGAMO, LETTA DAL GIORNALISTA NICOLA RINAUDO IL 27 MARZO 2010

 
DAVANTI ALLA SALA STAMPA DELLO STADIO DI TRAPANI, APPENA INTITOLATA A FRANCO AUCI

 
IL GIORNALISTA GAETANO SCONZO RICORDA FRANCO AUCI
Quel sorriso a mezza bocca...
 
PALERMO, 30 MARZO 2009
Nell'aprile 2009 il testo di Sconzo è stato pubblicato sul periodico "Il Veterano Sportivo", organo ufficiale dell'Unione nazionale Veterani dello Sport.
 
"CONI news" del marzo 2010

Un articolo di Antonino Messina

 
Ciccio e Renzo

"Franco Auci, l’Uomo e il Giornalista", di Renzo Vento

Una limpida testimonianza di Renzo Vento, tra gli amici più cari ed intimi di Franco: antica amicizia, passata indenne lungo le stagioni della vita, anzi cresciuta sempre più salda e leale fino all’ultimo giorno. Ed oltre: perché più di tutti Renzo continua a vederlo, a “frequentarlo” in brevi sogni toccanti e poetici, come se entrambi non avessero mai lasciato cadere il filo del dialogo, della condivisione. Queste righe sono state scritte dall’amico il 19 luglio del 2010: una coincidenza forse involontaria, ma che ci preme sottolineare, con l’anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta, quasi additando i valori comuni che guidarono, e ancora guidano, quell’amicizia, come pure le speranze mai tramontate di tutti noi per questa terra. 

 

Franco Auci non è più con noi. La sua scomparsa, improvvisa nel pieno fervore delle sue attività di ricerca e di studio di cui restano comunque tracce incancellabili, ha provocato un immenso dolore da cui è stata pervasa con autentica incredulità ed angoscia l’intera città. La voce dell’inatteso evento ha fatto istantaneamente il giro delle case di ogni quartiere, dando luogo a una indicibile amarezza e a uno straziante sconforto.

  Amico sincero ed ineguagliabile per altruismo e generosità, nonché per vasta e profonda cultura, Franco Auci se ne è andato in un attimo fra la generale incredulità di quanti (ed erano davvero migliaia le persone non soltanto a Trapani, ma anche in Sicilia e in varie parti d’Italia ad apprezzarlo e a volergli bene) avevano trovato in lui, nelle varie circostanze della vita, un insostituibile, affettuoso, disinteressato e leale punto di riferimento, prodigo di assennati suggerimenti che si rivelavano di frequente risolutivi.

   La nota fermezza del carattere, che aveva a fondamento una rarissima e adamantina onestà, lo rendeva impareggiabile nei comportamenti e nell’espletamento delle attività quotidiane. Alieno da compromessi di qualsivoglia natura, si manifestava in ogni momento rigoroso con gli altri e ancor prima con se stesso, tanto che, nell’ambito della categoria professionale cui apparteneva, costituiva per tutti, con giudizio unanime e senza eccezioni, un riconosciuto  esempio di assoluta serietà e di intransigente correttezza morale.

   Scrittore documentato ed elegante, giornalista attento e sensibile, cronista sportivo di impareggiabile bravura, Franco Auci era davvero un uomo la cui presenza, ricercata e gradita, era divenuta per ciascuno una consuetudine irrinunciabile. La consapevolezza di non poterlo ormai più incontrare interrompe un'abitudine a cui ci si era assuefatti, lasciando il posto ad una crescente ed inconsolabile tristezza.                                                

 
al telefono...

“Per non dimenticare” scrivo anch’io su Franco Auci.

di Piero Frazzitta

 

Io (Piero Frazzitta) e Carlo Minaudo gli siamo stati molto vicini, con funzioni apparentemente oscure, ma, credo, quasi indispensabili.

L’ho conosciuto da giovane, ma non ci siamo mai frequentati.

Dopo la morte di mia moglie, a cui seguì un triennio sabbatico, nel 2003, in seguito ad una sua pubblicazione che mi riguardava, ci siamo incontrati ed è nata subito una fraterna amicizia, sempre più solidale nel tempo, tanto che nel 2006 mi dedicò un “Pensiero”, che rinsaldò nel 2007, in occasione del mio onomastico.

Non mi soffermo a tessere gli elogi di un “morto”; lo hanno fatto giustamente altri con eleganza e rispetto.

Io mi soffermo a dire alcuni “verbi” del suo impegno quotidiano “per non dimenticare”: Ricordare, Ricercare, Fotografare, Catalogare, Scrivere.

Penso a quella piccola inseparabile “cartella” sempre piena di appunti, di foto da computerizzare o da restituire.

Con Carlo si vedevano sempre; ultimamente al bar Toro Loco di via dei Mille, e molto scherzosamente lo definiva il suo autista personale.

Con me s’incontrava davanti alla tabaccheria Nicolosi, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove convalidava la sua schedina del totocalcio, le piccole giocate al lotto o al superenalotto; e quando arrivavo in ritardo lo trovavo dentro la ricevitoria con la monetina pronta per grattare il suo gratta e vinci.

Franco era un personaggio semplice, umile, religiosissimo, ma caparbio e insofferente alle ingiustizie, che percepiva prima degli altri, e alle cose fatte male.

Alle ore 11 del sabato, lasciava tutti e saliva sull’autobus 29 che lo portava al cimitero, per la consueta visita settimanale ai genitori, i cui resti dimorano in un sarcofago, quasi all’ingresso del cancello principale. Dalle ore 8,45 del 27 marzo 2009 è per sempre con loro.

Per amore della verità, posso dire che era scomodo a qualcuno e non conciliava con nessuno, quando era nel giusto.

Eppure, sabato 28 marzo 2009, alle ore 16, ai funerali officiati in maniera veramente magistrale e commovente da Monsignor Antonino Adragna, c’erano tutti, proprio tutti... E Fulvio Castaldi continuava a piangere. Eravamo nella chiesa del Sacro Cuore.

                                                                       

P.S. Come da me previsto, per ricordarlo degnamente è stata pubblicata la foto di Franco situata nel retro di copertina del libro “La mia corsa”. Una raccolta di poesie che ha fatto, a molti, scoprire (io lo sapevo già) che era anche “poeta”, non solo occasionale ma di rilevante valore artistico.

 
sull'ansa del Danubio, isola di S. Andrea, 1994

Una piccola e dieci forchette - di Rino Cavasino

Rino Cavasino, nipote di Franco, vive a Firenze.

 

La sera prima che morisse, cenammo a casa di cugini. Intorno al tavolo pure la piccola Ludovica, neanche sei mesi, l’ultima nata della nostra “comunità”, l’ultima fogliolina di cui Franco aveva ornato il suo meticoloso albero genealogico dell’intero parentado. Prima di cena, chino sulla culla, aveva chiacchierato con lei per un bel pezzo, fischiettando una lingua segreta, come un uccello da un ramo.

Più tardi, a capotavola, mentre piluccava i suoi gusti preferiti dalla pizza formato famiglia, d’improvviso un ricordo gli affiorò sulle labbra, suscitato, come spesso gli accadeva, dal rito del cibo, di cui si nutriva anche il suo immaginario: non so chi di noi, distratti, ascoltasse la sua voce fra le altre, inclusi i versi e i gorgheggi di Ludovica ancora sveglia; può darsi che, se la mattina dopo non fosse morto, nessuno avrebbe ricordato quelle sue poche parole, e sarebbero ricadute nel pozzo di memorie senza fondo cui attingeva senza posa. Ma per lui l’importante era comunque ricordare, e dire, e raccontare, anche solo a sé stesso: e allora, ’na vota...

Una volta, una sera, dieci ragazzi squattrinati entrarono in una vecchia pizzeria di Trapani, per festeggiare chissà cosa, forse soltanto la fine della scuola, si sedettero e ordinarono... una sola pizza per tutti; il pizzaiolo, al pensiero che quella chiassosa tavolata gli occupasse troppo a lungo tanti posti per un così magro guadagno, si affrettò a gridare verso la cucina: «Una nica e deci buccetti, veloce!».

Buccetti? – chiese qualcuno di noi, poco avvezzo al siciliano “arcaico” di Franco (forse proprio io!).

– Forchette! – tradusse prontamente Gioacchino, il papà di Ludovica (perfetti insieme i loro diminutivi, Giochi e Ludo...).

Quel suo ultimo, scanzonato ricordo e racconto, condiviso intorno ad una pizza, è diventato fatalmente anche il mio ultimo ricordo di lui in vita, delle sue parole, che gli sopravvivono.

E il fischio di quella sera sulla culla è forse l’ultimo, vago, musicale ricordo che Ludo conserva, conserverà di lui, nell’inconscia segreta memoria della sua infanzia.

 

                                                                      Rino Cavasino, febbraio 2010

 
foto da "IL TRAPANI IN SCHEDINA", di Franco Auci, Alcamo, 2000

Un ricordo di Franco - di Francesco Rinaudo

Francesco Rinaudo, trapanese in terra veneta, giovane "amico ed allievo" di Franco Auci.

 

 

Era un punto di riferimento, un esempio a cui attingere per quanti, fra cui il sottoscritto, si erano avvicinati al mondo del giornalismo sportivo. Ma non solo. Ti conquistava con la sua onestà intellettuale; con la sua ferrea coerenza al limite della cocciutaggine; con quella sua esperienza; con quella sua capacità e, soprattutto, con quel suo senso pratico nel fare il lavoro di giornalista, che non lasciava adito a dubbi o incertezze: sapeva sempre cosa scrivere e come scriverlo.

Ecco perché di Franco Auci non potevo e non posso tutt'oggi non sentirmi amico ed allievo.

Lui mi ha insegnato il mestiere ma soprattutto il modo in cui farlo, usando la testa ed il cuore, il ragionamento ma anche, in alcuni casi, i sentimenti, quando bisognava non solo capire ma anche scegliere dove si voleva andare con il ragionamento, ossia che posizione assumere e poi sostenere.

Adesso che non c’è più, personalmente mi sento più povero dentro. Non tanto per gli insegnamenti ed i consigli che non riceverò più. A mancarmi immensamente è oggi più che mai la sua amicizia, il confrontarsi con lui, discutendo, anche animatamente, dei vari argomenti che di volta in volta ci interessavano, indipendentemente dal fatto che se ne parlasse o meno per un eventuale articolo da scrivere. Da questi colloqui sgorgava viva tutta l'umanità dell’uomo e lo spessore del giornalista ed io mi arricchivo di questo, ammirandolo per come era e ringraziandolo dentro di me per l'opportunità di crescita morale che involontariamente ogni volta mi dava.

                                                               

                                                               Francesco Rinaudo, gennaio 2010